Cittadinanza

L’ACQUISTO DELLA CITTADINANZA
Il termine “cittadinanza” indica il rapporto tra un individuo e lo Stato di appartenenza; rappresenta uno status al quale l’ordinamento giuridico ricollega il godimento dei diritti civili e politici. In Italia il moderno concetto di cittadinanza si sviluppa a partire dal momento della costituzione dello Stato unitario ed è attualmente disciplinato dalla Legge 5 febbraio 1992 n. 91 e relativi regolamenti di esecuzione (DPR 12 ottobre 1993 n. 572 e DPR 18 aprile 1994 n. 362).
La cittadinanza italiana normalmente si acquista con la nascita:
iure sanguinis, se si nasce o si è adottati da cittadini italiani (anche se è cittadino italiano uno solo dei genitori);
iure soli, se si nasce in territorio italiano e i genitori sono apolidi o ignoti o non possono trasmettere la propria cittadinanza secondo la legge dello Stato di provenienza, oppure se si nasce in territorio italiano da genitori stranieri risiedendo legalmente ed ininterrottamente in Italia dalla nascita fino al raggiungimento della maggiore età (in questo ultimo caso il soggetto deve dichiarare di voler acquistare o meno la cittadinanza italiana entro un anno dal raggiungimento della maggiore età).
In alternativa, la cittadinanza si può acquisire a seguito di una manifestazione di volontà: può, infatti, essere richiesta dallo straniero non comunitario che risiede in Italia da almeno 10 anni ed è in possesso di determinati requisiti – tra cui, in particolare, reddito sufficiente al sostentamento, assenza di precedenti penali, assenza di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica (non è necessario avere commesso dei reati della specie, ma è sufficiente essere stati segnalati per comportamenti altamente sospetti in ordine alla sicurezza dello Stato). Numerosi sono i casi per i quali il periodo di residenza occorrente è inferiore: 3 anni per lo straniero di cui il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati italiani per nascita o per lo straniero nato in Italia e ivi residente, 4 anni per il cittadino di uno Stato aderente all’Unione Europea e 5 anni di residenza legale successivi all’adozione per lo straniero maggiorenne o al riconoscimento dello status per l’apolide o il rifugiato politico; non è previsto il requisito della residenza per lo straniero che ha prestato servizio anche all’estero per lo Stato Italiano per almeno cinque anni.
Dal momento che la concessione della cittadinanza è un provvedimento discrezionale – non esiste, cioè, alcun obbligo di soddisfare la richiesta da parte dell’Autorità cui questa viene rivolta – situazioni quali, ad es., una querela rimessa o un piccolo precedente penale possono essere considerate sintomo di un atteggiamento asociale o di una scarsa integrazione nel contesto di appartenenza, e contribuire al rigetto della richiesta stessa.
La residenza stabile in Italia può essere sicuramente dimostrata in base alle risultanze anagrafiche, ma è possibile utilizzare allo scopo qualsiasi altra documentazione idonea (p. es., bollette di fornitura di luce / gas, contratto di affitto).
Si può diventare cittadini italiani, sempre facendone richiesta, anche a seguito di matrimonio con un cittadino italiano. In tale ipotesi è necessario aver risieduto legalmente in Italia per almeno 2 anni dopo il matrimonio (termine ridotto della metà in presenza di figli nati o adottati dai coniugi – se si risiede all’estero occorre attendere 3 anni, termini ridotti alla metà in presenza dei figli); il matrimonio deve essere valido ed il vincolo coniugale attuale nel momento dell’adozione del decreto; infine è parimenti indispensabile che non sussistano precedenti penali per delitti contro la personalità dello Stato o per i quali sia prevista una pena non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione, sentenze di condanna da parte di un’Autorità giudiziaria straniera ad una pena superiore ad un anno per reati non politici, oppure motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica.
E’ inoltre possibile che la cittadinanza venga concessa con Decreto del Presidente della Repubblica per meriti speciali allo straniero che abbia reso eminenti servizi all’Italia, o quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato; l’avvio della procedura non richiede un atto di impulso del soggetto interessato, ma necessita di una proposta avanzata da enti, personalità pubbliche o associazioni che comprovino una diffusa valutazione circa la sussistenza dei requisiti previsti dalla legge in capo all’eventuale destinatario; è comunque sempre necessaria la dichiarazione di assenso dell’interessato all’acquisto della cittadinanza.
Infine, il riconoscimento della cittadinanza italiana può avvenire anche in base a leggi speciali (L. 14 dicembre 2000 n. 379 per le persone nate e già residenti nei territori dell’ex Impero austro-ungarico e ai loro discendenti; L. 8 marzo 2006 n. 124 per i connazionali residenti dal 1940 al 1947 in Istria, Fiume e Dalmazia e per quelli residenti sino al 1977 nella zona B dell’ex Territorio Libero di Trieste).
L’acquisto della cittadinanza italiana non determina la perdita della cittadinanza originaria (né viceversa: è ammessa, difatti, la c.d. “doppia o tripla cittadinanza”) a meno che lo Stato di provenienza (o acquisizione) non imponga la scelta.
Diversa cosa è la cittadinanza europea: essa non rappresenta un vero e proprio status che si acquisisce. Ogni cittadino di un Paese membro della UE, oltre alla cittadinanza del paese di origine, gode anche della cittadinanza europea. Secondo la testuale dizione del trattato di Maastricht (TUE), è cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro.
La cittadinanza dell’Unione europea comporta una serie di norme e diritti ben definiti, che si possono raggruppare in quattro categorie:
• la libertà di circolazione e di soggiorno su tutto il territorio dell’Unione;
• il diritto di votare e di essere eletto alle elezioni comunali e a quelle del Parlamento Europeo nello Stato membro di residenza;
• la tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro in un paese terzo nel quale lo Stato di cui la persona in causa ha la cittadinanza non è rappresentato;
• il diritto di presentare petizioni al Parlamento europeo e ricorsi al mediatore europeo.
Il primo passo necessario per ottenere la cittadinanza italiana è costituito dalla presentazione della richiesta di cittadinanza, che può essere inoltrata on-line (https://nullaostalavoro.dlci.interno.it/Ministero/Index2); la pratica, una volta inviata, viene inserita in un sistema interattivo al quale accedono in contemporanea tutti i vari organi che si occupano del procedimento.
Il primo controllo che viene effettuato è un controllo di formalità sui documenti presentati (Prefettura), quindi ha inizio l’iter di formazione del provvedimento: i documenti vengono inseriti in un fascicolo elettronico di modo da consentire l’istruttoria durante la quale vengono effettuate le verifiche sulla documentazione presentata, acquisiti pareri dai vari organi coinvolti e raccolte informazioni e dati, effettuate le indagini riguardo la residenza effettiva del richiedente, il suo nucleo familiare, il grado di integrazione, la sicurezza, le fonti di reddito, la conoscenza della lingua italiana e via dicendo; a completamento delle indagini, le Forze di Polizia provvedono ad effettuare controlli sulla condotta del richiedente cittadinanza e dei suoi familiari: è sulla base delle informazioni ottenute durante questa fase che il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione – Direzione Centrale Cittadinanza – del Ministero dell’Interno valuterà se concedere o meno la cittadinanza.
La valutazione del grado di integrazione si basa sulla sufficiente conoscenza dei principi dell’ordinamento giuridico italiano – che emergono per mezzo di semplici domande effettuate dalla polizia durante il colloquio – e sulla valutazione della posizione lavorativa e reddituale dell’istante: è dunque necessario che il richiedente porti con sé tutta la documentazione inerente il proprio reddito e quello di ogni membro della famiglia convivente e che specifichi se l’alloggio nel quale risiede – che deve essere adeguato al nucleo familiare – sia di sua proprietà o sia nella sua disponibilità in ragione di un contratto di locazione.
È richiesta, inoltre, un’adeguata conoscenza della lingua italiana (almeno livello B1).
Dal 1° giugno 2012 la cittadinanza per matrimonio viene decretata direttamente dalla Prefettura, sempre che nel corso dell’istruttoria non emergano elementi ostativi inerenti la sicurezza della Repubblica, caso in cui la competenza torna al Ministero dell’Interno (questa ipotesi rappresenta l’unico caso in cui l’ottenimento della cittadinanza costituisce un diritto soggettivo e non un interesse legittimo).
Il secondo passo dell’iter di concessione della cittadinanza si svolge presso il Ministero della Giustizia: qui viene rilasciato il rapporto del Casellario Giudiziale, che riporta non solo le condanne eventualmente subite dal richiedente ma anche una informativa sui suoi trascorsi penali e sui carichi pendenti, pure se minimi; tutti questi dati vengono trasmessi direttamente per via telematica dal Tribunale competente.
L’ultima fase del procedimento è costituita dal parere del Dipartimento della Pubblica Sicurezza: questo, all’esito dell’esame di tutti i dati raccolti e di quelli che gli vengono forniti dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale, che dipende dal Dipartimento stesso, emette un parere nel quale determina se il richiedente cittadinanza italiana possa o meno essere considerato un pericolo per l’ordine pubblico o per la sicurezza dello Stato; con questo parere termina l’istruttoria e la pratica passa al Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione – Direzione Centrale Cittadinanza – del Ministero (fase valutativa) il quale, a seconda di quanto è emerso durante la fase istruttoria, può in alternativa:
– richiedere ulteriori indagini nel caso vi siano dei dubbi;
– predisporre il decreto di diniego della cittadinanza qualora siano emerse criticità per lo Stato o la documentazione fosse carente dei requisiti di legge;
– sentito il Consiglio di Stato, predisporre il decreto di concessione della cittadinanza ai sensi art. 9 L.91/92, che deve essere inviato alla firma del Presidente della Repubblica.
Completato così il procedimento di formazione, il decreto viene trasmesso alla Prefettura per la notifica all’interessato: da questo momento ci sono 6 mesi di tempo per prestare il giuramento presso il Comune di residenza pena l’inefficacia del provvedimento (l’acquisto dello status decorre dal giorno seguente il giuramento).
Il termine per la definizione del procedimento è di 48 mesi dalla data di presentazione della domanda, decorso inutilmente il quale l’interessato può rivolgersi al Tribunale Civile del luogo ove risiede per chiedere una sentenza che accerti la cittadinanza (il termine è stato modificato di recente, ma con effetti retroattivi: si applica, cioè, anche alle richieste già pendenti al momento dell’entrata in vigore della modifica). L’eventuale rifiuto di concessione della cittadinanza deve essere anticipato dal preavviso di rigetto ai sensi dell’art 10 bis della legge 241/90 (comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza), in difetto del quale l’interessato riacquista la possibilità di integrare la documentazione mancante o presentare eventuali elementi utili al perfezionamento dell’istanza.
In caso di preavviso di rigetto ex art. 10 bis L. 241/90, l’Amministrazione comunica al richiedente la propria intenzione di respingere l’istanza invitandolo a presentare alla stessa Amministrazione una memoria scritta entro 10 giorni. Vi è dunque la possibilità di avviare un dialogo tra la P.A. procedente ed il soggetto istante prima che il procedimento addivenga alla fase strettamente decisoria, e se le argomentazioni presentate dall’istante risultino fondate l’amministrazione procedente potrebbe rivedere il proprio orientamento e decidere anche di concedere la cittadinanza. La possibilità di interloquire con la P.A. prima del rigetto dell’istanza costituisce inoltre una forma di tutela endoprocedimentale, anticipata rispetto al ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento negativo, che potrebbe portare ad un esito favorevole all’istante in tempi decisamente più brevi e a costi inferiori. In ogni caso, la presentazione “per iscritto di osservazioni, eventualmente corredate da documenti” è essenziale per dimostrare di non aver manifestato, in nessun modo, acquiescenza rispetto al provvedimento di diniego preannunciato dall’Amministrazione e insieme per rimarcare una ferma motivazione ad ottenere la cittadinanza.
La cittadinanza viene revocata ai colpevoli di reati con finalità di terrorismo. La revoca della cittadinanza è adottata con Decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministero dell’Interno, entro tre anni dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna.
Nel caso in cui, invece, si arrivi al provvedimento di diniego della cittadinanza italiana si può proporre ricorso al TAR del Lazio – sede di Roma – perché accerti se la Pubblica Amministrazione, sulla base degli elementi acquisiti, abbia o meno provveduto correttamente nel respingere l’istanza (la competenza del TAR del Lazio è stata affermata dal Consiglio di Stato in quanto il ricorso investe un atto – diniego di conferimento della cittadinanza italiana – emesso da una Autorità centrale dello Stato ed avente efficacia erga omnes e sulla base di principi rilevanti per la collettività nazionale in cui tale soggetto aveva chiesto di inserirsi – decisione 2561 del 24/04/2009).

Il precedente Parlamento aveva discusso un testo di modifica della legge attualmente in vigore che prevede il c.d. “ius soli temperato”:
– i bambini figli di stranieri che nascono in Italia acquisiscono la cittadinanza se almeno uno dei due genitori “è residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni, antecedenti alla nascita” o anche se uno dei due genitori, benché straniero, “è nato in Italia e ivi risiede legalmente, senza interruzioni, da almeno un anno” – la cittadinanza italiana verrebbe assegnata automaticamente al momento dell’iscrizione alla anagrafe;
– i minori nati in Italia senza questi requisiti e quelli arrivati in Italia sotto i 12 anni potranno ottenere la cittadinanza se avranno “frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale”;
– i ragazzi arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, infine, potranno avere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni e aver frequentato “un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo”.

> Consiglio di Stato, sez. III, 06/09/2016, n. 3819 (concessione/diniego – discrezionalità – ratio).
In sede di giurisdizione amministrativa di legittimità il provvedimento di diniego della concessione della cittadinanza italiana allo straniero è sindacabile per i suoi eventuali profili di eccesso di potere (ad es. per travisamento dei fatti o inadeguata motivazione), ma è insindacabile per i profili di merito inerenti la valutazione dell’Amministrazione la quale, dal fatto che i componenti della famiglia dell’istante da oltre venti anni si trovano nel Paese d’origine, mentre egli vive in Italia con un fratello, ha ragionevolmente desunto il suo mancato inserimento nella comunità italiana ed ha attribuito rilievo alla sua mancanza di forti legami nel territorio nazionale e alla mancata prova della sua integrazione nel tessuto sociale.

> T.A.R. Roma (Lazio), sez. II, 01/04/2014, n. 3582 (acquisto della cittadinanza – carattere discrezionale – circostanze atte a dimostrare l’integrazione nel tessuto sociale)
Le valutazioni finalizzate all’accertamento di una responsabilità penale si pongono su di un piano assolutamente differente ed autonomo rispetto alla valutazione del medesimo fatto ai fini dell’adozione di un provvedimento amministrativo con la possibilità che le risultanze fattuali oggetto della vicenda penale possono valutarsi negativamente, sul piano amministrativo, anche a prescindere dagli esiti processuali.
La concessione della cittadinanza italiana è frutto di un’attività discrezionale che si esplica in un potere valutativo circa l’avvenuta integrazione dello straniero nella comunità nazionale sotto molteplici profili. In particolare, la discrezionalità non può che tradursi in un apprezzamento di opportunità, circa lo stabile inserimento dello straniero nella comunità nazionale; quanto sopra sulla base di un complesso di circostanze, atte a dimostrare l’integrazione del soggetto interessato nel tessuto sociale, sotto il profilo delle condizioni lavorative, economiche, familiari e di irreprensibilità della condotta. L’art. 6, l. n. 91 del 1992 indica, invece, alcune ipotesi preclusive all’acquisto della cittadinanza italiana richiesta ai sensi dell’art. 5 della medesima legge, ma che si devono ritenere applicabili a fortiori anche all’ipotesi della cittadinanza richiesta ai sensi dell’art. 9, lett. f), l. n. 91 del 1992.

> Cassazione civile, sez. I, 27/04/2011, n. 9377 (riacquisto della cittadinanza – figli minori conviventi)
Essendo principio indiscusso di diritto internazionale che ciascuno Stato determina le condizioni che una persona deve soddisfare per essere considerata sua cittadina, lo status di cittadino italiano deve essere accertato sulla base delle condizioni stabilite dall’ordinamento della Repubblica italiana; né è al fine idonea la certificazione del diverso Stato di residenza in ordine alla qualità di cittadino italiano (nella specie, in causa promossa dalle figlie maggiorenni per ottenere la cittadinanza italiana “iure sanguinis” in ragione dello status del loro genitore, la Corte ha negato rilevanza probatoria della cittadinanza italiana alla carta di identità per stranieri rilasciata dalle autorità libanesi al detto genitore).

> T.A.R. Trento (Trentino-Alto Adige), sez. I, 23/02/2011, n. 52 (immigrati extracomunitari e rifugiati (requisito del risiedere “legalmente” – prevalenza dell’interesse pubblico rispetto al privato))
In tutte le ipotesi di concessione della cittadinanza ai sensi dell’art. 9, l. 5 febbraio 1992 n. 91, l’Amministrazione gode di un potere di valutazione discrezionale circa l’esistenza di un’avvenuta integrazione dello straniero in Italia, tale da poterne affermare la compiuta appartenenza alla comunità nazionale.
L’interesse pubblico alla concessione della particolare capacità giuridica, connessa allo status di cittadino, impone che si valutino, anche sotto il profilo indiziario, le prospettive di ottimale inserimento del soggetto interessato nel contestato sociale del Paese ospitante.
A fronte della carenza nello straniero richiedente la concessione della cittadinanza italiana del requisito del risiedere “legalmente” in Italia, nella ponderazione dei contrapposti interessi, la prevalenza va data all’interesse pubblico alla sicurezza e incolumità pubblica rispetto a quello del soggetto privato ad ottenere la cittadinanza italiana.
Affinché possa riconoscersi sufficientemente motivato il provvedimento di rigetto di un’istanza volta al riconoscimento della cittadinanza italiana, non è necessario che l’Amministrazione espliciti l’intera sequela di valutazioni interne mediante la quale è pervenuta ad un giudizio complessivo di pericolosità che, comunque, per sua propria natura e secondo lo stesso dettato legislativo, in quanto rispondente ad una finalità di tutela preventiva, rimane in gran parte basato su elementi privi di rilievo negli altri settori dell’ordinamento.

> Consiglio di Stato, sez. VI, 03/02/2011, n. 766 (acquisto della cittadinanza – carattere discrezionale (mezzi di sostentamento – solidarietà nella collettività nazionale – prelievo fiscale))
Il diniego della concessione della cittadinanza non impedisce la riproposizione dell’istanza. È evidente infatti che, resta comunque salva la possibilità, per l’interessato, di riproporre la domanda al verificarsi di tutte le condizioni legittimanti, non ostandovi il pregresso diniego (trattandosi di provvedimento reso sotto la condizione implicita “rebus sic stantibus”).
Legittimamente viene negata la cittadinanza italiana in carenza di prova in ordine ai mezzi di sostentamento necessari per la stabile permanenza in Italia, anche se di fatto vi provvede il padre del richiedente. Infatti la verifica della Amministrazione in ordine ai mezzi di sostentamento dell’istante non è soltanto funzionale a soddisfare primarie esigenze di sicurezza pubblica, considerata la naturale propensione a deviare del soggetto sfornito di adeguata capacità reddituale; ma è anche funzionale all’accertamento del presupposto necessario a che il soggetto sia poi in grado di assolvere i doveri di solidarietà sociale di concorrere con i propri mezzi, attraverso il prelievo fiscale, a finanziare la spesa pubblica funzionale all’erogazione dei servizi pubblici essenziali.

> T.A.R. Roma (Lazio), sez. II, 21/12/2010, n. 37926 (provvedimento dichiarativo dell’inammissibilità della richiesta di cittadinanza italiana – illegittimità se non preceduto dalla comunicazione del c.d. preavviso di rigetto).
È illegittimo il provvedimento dichiarativo dell’inammissibilità della richiesta di cittadinanza italiana avanzata da una straniera, in ragione dell’incertezza sulla sua identificazione, che non risulti essere preceduto dalla comunicazione del c.d. “preavviso di rigetto” di cui all’art. 10 bis, l. n. 241 del 1990.

> Corte Giustizia UE, grande sezione, 02/03/2010, n. 135 (cittadinanza dell’Unione – valutazione delle conseguenze della perdita della cittadinanza con i principi dell’Unione)
Il diritto dell’Unione, e segnatamente l’art. 17 CE (ora art. 20 TUE, n.d.s.), non osta a che uno Stato membro revochi ad un cittadino dell’Unione la cittadinanza di tale Stato acquisita per naturalizzazione, qualora questa sia stata ottenuta in maniera fraudolenta, a condizione che tale decisione di revoca rispetti il principio di proporzionalità.
Gli Stati membri sono liberi di stabilire le modalità di acquisto e di perdita della cittadinanza. L’attribuzione della cittadinanza dell’Unione europea, riconosciuta nel trattato Ce, non limita l’esercizio del potere discrezionale degli Stati che, però, sono tenuti a valutare le conseguenze della perdita della cittadinanza nei casi in cui adottino un provvedimento di revoca della naturalizzazione. In questi casi, le autorità nazionali devono verificare che sia stato rispettato il principio di proporzionalità alla luce dei parametri indicati dalla Corte di giustizia.

> Cassazione civile, sez. III, 24/02/2010, n. 4484 (Danni patrimoniali e non patrimoniali – Diritto fondamentale – Configurabilità – Spettanza a tutte le persone)
In caso di lesioni conseguenti a infortunio stradale, il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, rientrando tra i diritti fondamentali della persona, in quanto riguardante il diritto alla salute, spetta a tutte le persone, indipendente dalla cittadinanza (italiana, comunitaria ed extracomunitaria) e, quando il fatto illecito integri gli estremi di un reato, spetta alla vittima nella sua più ampia accezione, comprensiva del danno morale, inteso come sofferenza soggettiva causata da reato, del quale il giudice dovrà tener conto nella personalizzazione del danno biologico, non essendo consentita una liquidazione autonoma. (Sulla base del suddetto principio la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza di merito che, in un caso di gravi lesioni subite da persona extracomunitaria, aveva riconosciuto il danno alla salute, ma non il danno morale).

> T.A.R. Roma (Lazio), sez. II, 02/02/2010, n. 1418 (Atto amministrativo – Silenzio-rifiuto formatosi sull’istanza di concessione della cittadinanza italiana – Violazione dell’obbligo della P.A. di pronunciarsi)
È fondato il ricorso diretto a contestare il silenzio-rifiuto che si assume formatosi sull’istanza di concessione della cittadinanza italiana, per violazione dell’obbligo dell’Amministrazione di pronunciarsi sulla predetta istanza entro il termine di settecentotrenta giorni fissato dall’art. 3, D.P.R. 18 aprile 1994 n. 362 e dalla tabella A del D.M. n. 284 del 1993.
Deve escludersi in materia di riconoscimento della cittadinanza italiana la possibilità per il giudice amministrativo, in sede di impugnazione del silenzio-rifiuto, di valutare la fondatezza della pretesa sostanziale del ricorrente, stante la latitudine, in punto di discrezionalità, dei poteri dell’Amministrazione.

> Consiglio di Stato, sez. VI, 03/09/2009, n. 3149 (Cittadinanza – Diniego – Rapporti con individui legati al terrorismo internazionale – Legittimità).
Rientra tra i motivi inerenti alla sicurezza dello Stato Italiano che precludono il riconoscimento della cittadinanza l’ipotesi in cui vi siano ragionevoli e comprovati elementi tali da indurre a ritenere che il richiedente abbia contatti con appartenenti ad organizzazioni estremistiche e, nell’operare le proprie valutazioni, l’Amministrazione ben può limitarsi – anche per evidenti ragioni di sicurezza di coloro che hanno compiuto gli accertamenti – a ravvisare semplicemente la sussistenza dei presupposti di pericolosità, senza esporre le specifiche circostanze che abbiano indotto a siffatta valutazione: il che è avvenuto nella specie con la comunicazione del provvedimento impugnato.
Stante l’ampia discrezionalità di cui gode l’Amministrazione in sede di naturalizzazione e i delicati principi operativi che attengono alla sicurezza dello Stato, è da ritenere che la sussistenza di rapporti telefonici tra uno straniero con individui legati al terrorismo internazionale costituisca presupposto sufficiente ai fini dell’adozione del provvedimento di diniego della cittadinanza italiana.

> Cassazione penale, sez. II, 05/05/2009, n. 24877 (Truffa aggravata – Cittadino extracomunitario – produzione di autocertificazione attestante falsamente la cittadinanza italiana – premio di natalità)
È configurabile il reato di truffa aggravata e non quello, residuale, di cui all’art. 316 ter c.p., nel caso di cittadino extracomunitario il quale, mediante produzione di autocertificazione attestante falsamente la cittadinanza italiana, abbia ottenuto il premio di natalità riservato dalla legge ai soli cittadini italiani o dell’Unione Europea, non essendo neppure decisivo, al riguardo, ai fini della prospettata grossolanità della falsa attestazione, il fatto che detta autocertificazione sia stata accompagnata dall’esibizione di un documento d’identità dal quale risultava una diversa cittadinanza.

> Consiglio di Stato, sez. VI, 24/04/2009, n. 2561 (Giustizia amministrativa – Competenza per territorio – Controversia riguardante il diniego di cittadinanza italiana – TAR Lazio sede di Roma – Ragioni)
La controversia originata dal ricorso avverso il diniego della cittadinanza italiana rientra nella competenza del Tar Lazio, Roma, poiché il provvedimento impugnato, oltre che provenire dal Ministero dell’Interno, e quindi da un organo centrale dello Stato, esplica i suoi effetti su tutto il territorio nazionale poiché impedisce al richiedente l’acquisto dello status di cittadino italiano.

> Corte giustizia UE, grande sezione, 25/07/2008, n. 127 (cittadinanza dell’Unione – circolazione delle persone)
Il coniuge extracomunitario di un cittadino europeo, che accompagna o raggiunge il detto cittadino dell’Unione, può beneficiare della direttiva sulla libera circolazione (2004/38/CE) a prescindere dal luogo e dalla data del loro matrimonio nonché dalla modalità secondo la quale il detto cittadino di un Paese terzo ha fatto ingresso nello Stato membro ospitante.

> Consiglio di Stato, sez. VI, 23/06/2008, n. 3149 (Cittadinanza – Concessione per decreto – Diniego opposto ad uno straniero in ragione dell’esiguità del reddito denunciato – Illegittimità).
L’art. 48, d.P.R. n. 597 del 1973 dispone che « il reddito di lavoro dipendente è costituito da tutti i compensi ed emolumenti, comunque denominati, percepiti nel periodo di imposta in dipendenza del lavoro prestato » e l’art. 6 comma 2, d.P.R. n. 917 del 1986 specifica che nei singoli redditi vanno comprese « le indennità conseguite a titolo di risarcimento danni »; di conseguenza, è illegittimo il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro adottato nei confronti di uno straniero che non ha potuto lavorare a causa di un gravissimo incidente che l’aveva coinvolto e reso inidoneo all’attività lavorativa, ma che ricevette una sostanziosa somma di denaro a titolo di risarcimento danni. Del resto, laddove la legislazione stabilisca (sia pure a determinati fini) una equivalenza tra incollocabilità per invalidità ed occupazione, si presterebbe a dubbi di compatibilità costituzionale, ex art. 3, 10 e 11 della Carta Fondamentale, un’interpretazione che escludesse le conseguenze di tale (lamentata) equiparazione con riferimento al solo cittadino extracomunitario.

> Cassazione civile, sez. I, 22/11/2007, n. 24312 (Cittadinanza – Coniuge straniero di cittadino italiano – Acquisto della cittadinanza italiana – Condanna penale – Patteggiamento – Accertamento della responsabilità e giudizio di colpevolezza – Sussistenza).
L’effetto preclusivo dell’acquisto della cittadinanza, che l’art. 6, comma 1, lett. b, l. n. 91 del 1992 ricollega alla condanna per un delitto non colposo per il quale la legge prevede una pena edittale non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione dipende non dalla mera irrogazione della sanzione penale, bensì dall’accertamento della responsabilità e dal giudizio di colpevolezza, e, quindi, non può derivare dalla pronuncia della sentenza di applicazione su richiesta ai sensi dell’art. 444 c.p.p. (alla stregua dell’originaria disciplina codicistica degli art. 444 e 445 c.p.p.), ma richiede una vera e propria sentenza di condanna.

> Consiglio di Stato, sez. VI, 02/11/2007, n. 5680 (Cittadinanza – Diniego – Legittimità)
L’interesse pubblico alla concessione della particolare capacità giuridica, connessa allo status di cittadino, impone che si valutino, anche sotto il profilo indiziario, le prospettive di ottimale inserimento del soggetto interessato nel contesto sociale del paese ospitante, sotto il profilo dell’apporto lavorativo e del rispetto delle regole del paese stesso e, sotto quest’ultimo profilo, legittimamente l’indagine deve essere estesa ai componenti del nucleo familiare del richiedente (nella specie era stato considerato legittimo il diniego della concessione della cittadinanza, motivato, sulla base di informazioni delle Autorità di Pubblica Sicurezza, con i contatti intrattenuto dal coniuge dell’interessato con noti elementi della criminalità organizzata).

> Cassazione civile, ss.uu., 09/12/2008, n. 28873 (Cittadinanza – Apolide – Domanda di accertamento dello stato di apolidia – Decreto di rigetto della Corte d’appello – Ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 cost. – Ammissibilità)
Il decreto della Corte d’appello, che con rito camerale abbia dichiarato improponibile in fase di reclamo il ricorso proposto dall’apolide per l’accertamento giudiziale del proprio stato, incidendo su posizione di diritto soggettivo e avendo i caratteri della decisorietà e definitività, è impugnabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 cost.
Legittimato passivo in ordine alla domanda dell’apolide, intesa ad ottenere l’accertamento giudiziale del suo stato, è il Ministro dell’interno, competente per il riconoscimento del detto stato in via amministrativa e tenuto a certificarlo in conformità del giudicato.
La domanda intesa ad ottenere l’accertamento dello stato personale di apolide introduce un giudizio contenzioso in materia di stato e capacità della persona e spetta, pertanto, alla cognizione del giudice ordinario.
Il decreto che in sede di gravame ha dichiarato improponibile la domanda rivolta al tribunale ordinario di accertamento della condizione di apolide cioè di uno stato personale, costituendo quest’ultimo l’oggetto della controversia e il presupposto di una serie di posizioni soggettive, attive e passive, con natura di diritti, del soggetto che ha proposto la domanda in sede di merito, ha natura decisoria e definitiva, anche se è modificabile nel tempo perché emesso “rebus sic stantibus”, come ogni pronuncia di tale tipo, instabile perché relativa a situazioni personali, che possono sempre cambiare.Pertanto, da tali rilievi sulla natura del decreto impugnato, consegue la ricorribilità di esso per cassazione ai sensi del citato art. 111, comma 7, cost., essendo stato emesso all’esito di una procedura contenziosa in camera di consiglio.
Appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario il giudizio contenzioso instaurato con la domanda volta ad ottenere l’accertamento dello stato di apolidia di cui alla Convenzione di New York del 28 settembre 1954 ed all’art. 17 d.P.R. 12 ottobre 1993 n. 572, trattandosi di un procedimento sullo stato e capacità delle persone, attribuito in via esclusiva al tribunale dall’art. 9 c.p.c., nonché relativo ad un diritto civile e politico, la cui tutela è sempre ammessa ex art. 113 cost. davanti al giudice ordinario.
È ricorribile con ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., il decreto con cui la Corte di appello abbia dichiarato improponibile, in fase di gravame, il ricorso proposto per l’accertamento dello stato di apolidia, poiché si tratta di procedimento contenzioso volto all’accertamento di uno stato personale, relativo a posizioni soggettive con natura di diritti, che si conclude con una pronuncia che ha natura decisoria e definitiva, anche se emessa rebus sic stantibus.
Nel giudizio contenzioso relativo alla domanda volta ad ottenere l’accertamento dello stato di apolidia, di cui alla Convenzione di New York del 28 settembre 1954 ed all’art. 17 d.P.R. 12 ottobre 1993 n. 572, sussiste la legittimazione passiva del Ministero dell’interno, in quanto lo straniero fa valere nel processo un diritto che gli può essere riconosciuto anche in via amministrativa da detto Ministero, il quale, dunque, da una ricognizione giudiziale dell’apolidia, può restare vincolato a certificarla.

L’acquisto della cittadinanza italiana da parte dell’apolide

Sono apolidi quelle persone che non possono dimostrare di possedere la cittadinanza di uno Stato o che non sono più trattate come cittadini dalle autorità competenti del Paese d’origine e che, conseguentemente, non usufruiscono più di alcuna assistenza amministrativa, come il rilascio di documenti essenziali quali quelli d’identità o di stato civile: deve trattarsi non di una situazione di mera difficoltà ma dell’impossibilità di riconoscimento della cittadinanza originaria (art. 1 Convenzione di New York, 28/09/54: “the term “stateless person” means a person who is not considered as a national by any State under the operation of its law” – è apolide la persona che nessuno Stato, in base al proprio ordinamento giuridico, considera come suo cittadino).

La legge italiana tutela gli apolidi, riconoscendo loro gli stessi diritti attribuiti ai rifugiati politici (documenti di identità, permesso di soggiorno, lavoro, assistenza sanitaria, previdenza sociale, possibilità di chiedere la cittadinanza italiana dopo 5 anni, etc.); posto che solo l’apolide de jure – e non anche l’apolide de facto – può acquisire la cittadinanza del paese che lo ha riconosciuto come tale e che il diritto alla cittadinanza è uno dei diritti fondamentali dell’uomo (Costituzione, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, Patto internazionale sui diritti civili e politici, etc.), altrettanto deve dirsi del riconoscimento dell’apolidia, senza il quale non si può accedere al primo.

L’unico riferimento normativo relativo al procedimento necessario per ottenere il riconoscimento dello status di apolide è l’art. 17 del Regolamento di attuazione della legge sulla cittadinanza (DPR 572/93), che prevede, però, la semplice “possibilità” di presentare un’istanza al Ministero dell’Interno: non è chiaro, quindi, se questa sia l’unica via percorribile o se sia alternativa al giudizio ordinario secondo le norme generali sull’accertamento degli status (cittadinanza, rifugiato, etc.).

Per la giurisprudenza è fondamentale Cass. Civ., ss.uu., n. 28873/08, che riconosce al Ministero la competenza a certificare lo status di apolide sulla base degli eventuali documenti che il richiedente dovesse presentare, e comunque la possibilità di ricorrere al Giudice Ordinario “… allorquando la prova documentale manchi, potendo il giudice ordinario avvalersi di ogni strumento istruttorio per accertare lo stato del ricorrente, …”; “In ogni caso, se il ricorrente dovesse impugnare un provvedimento negativo del Ministero, comunque, ai sensi della L. n. 1034 del 1971, artt. 7 e 8, il giudice amministrativo dovrebbe rimettere a quello ordinario la risoluzione della questione di stato, che la P.A. può solo certificare e non concedere o autorizzare”.

Si ritiene, pertanto, opportuno avviare il procedimento presso il Ministero dell’Interno con un’istanza ex art. 17 DPR 572/92, pur con la consapevolezza che la relativa durata potrebbe superare i 4-5 anni; quindi, poiché la legge non prevede un termine finale specifico entro il quale il Ministero deve pronunciarsi, si applicheranno le norme generali in tema di procedimenti amministrativi: essendo il diritto al riconoscimento dell’apolidia, come visto, un diritto soggettivo, in caso di mancata pronuncia entro trenta giorni dal deposito dell’istanza si potrà impugnare il silenzio inadempimento citando il Ministero avanti il giudice ordinario e chiedendo a quest’ultimo di accertare lo status di apolide. Similmente se, nello stesso termine, il Ministero rigetta l’istanza (si tenga presente anche che il Ministero richiede integrazioni documentali spesso impossibili per un apolide – p.es., certificato di nascita / di residenza, un titolo di soggiorno italiano in corso di validità, etc. – e che, quindi, la procedura potrebbe dimostrarsi inutile se non per la convenienza di averla esperita prima del giudizio ordinario onde evitare possibili opposizioni del Ministero.

Individuato il giudice civile come competente a decidere in merito all’apolidia, e considerata la serie di problematiche dovute all’assenza di indicazioni normative sul procedimento da seguire, si suggerisce – di nuovo – di adottare il comportamento più prudente: introdurre la causa con rito ordinario avanti il Tribunale Civile di Roma, citando come controparte il Ministero dell’Interno e notificando il ricorso anche al Pubblico Ministero. Nel – probabile – caso in cui l’interessato non fosse in possesso del permesso di soggiorno, si può formulare, contestualmente all’atto introduttivo del giudizio, un’istanza con la quale si chiede al giudice di emettere un provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. che imponga alla Questura di rilasciare un permesso di soggiorno “provvisorio” in attesa della definizione del giudizio – il grave danno per l’istante starebbe nell’impossibilità di lavorare e dunque avere mezzi di sussistenza.

L’onere di dimostrare l’apolidia incombe al richiedente che, allo scopo, potrà utilizzare qualunque mezzo, anche semplici indizi; una volta ottenuto il riconoscimento dello status di apolide, alla persona verrà rilasciato un permesso di soggiorno – che consente di svolgere attività lavorativa e dà diritto al ricongiungimento – un documento di identità e un titolo di viaggio per apolidi che consente di circolare al di fuori del territorio dello Stato. Trascorsi cinque anni di residenza legale sul territorio italiano potrà, infine, richiedere la cittadinanza italiana con le modalità previste per lo straniero.

PAGINA A CURA DI

Cristiana D'Agostino, Roma

Cristiana D'Agostino, Roma

Avvocato

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