sospensione del procedimento con messa alla prova

L’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova è stato introdotto nel nostro ordinamento dalla Legge n. 67 del 28 aprile 2014, mediante la quale sono stati inseriti nel codice penale gli artt. 168-bis, 168-ter e 168-quater.
La c.d. probation si presenta come un giano bifronte, giacché costituisce sia una causa di estinzione del reato (in virtù degli effetti derivanti dall’esito positivo della prova ex art. 168-ter, comma 2, c.p., sebbene ciò non escluda l’applicazione di eventuali sanzioni amministrative accessorie), sia un nuovo rito speciale (con i noti effetti deflattivi).
L’elemento peculiare dell’istituto in esame, tuttavia, consiste nel fatto che, nel richiedere la misura, l’interessato svolge un ruolo di fondamentale importanza, poiché deve sottoscrivere prima ed onorare poi – durante il periodo di sospensione – una serie di impegni.

Il percorso che l’indagato o l’imputato intraprende, quindi, viene plasmato sulla situazione concreta creatasi, affinché si riescano a contemperare sia le istanze di risocializzazione del reo, sia gli interessi della persona offesa, la quale spesso diviene una presenza evanescente nel processo penale.

Il procedimento di messa alla prova inizia con la proposizione di una richiesta, che, da un lato, deve soddisfare i requisiti sostanziali di cui all’art. 168-bis c.p. e, dall’altro, quelli formali previsti dall’art. 464-bis c.p.p., nel rispetto dei termini di decadenza contenuti nella norma precedente e negli articoli successivi.

Dal punto di vista sostanziale, in particolare, va detto che possono accedere alla misura gli imputati per i reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché per i delitti indicati dal comma 2 dell’art. 550 del c.p.p.

La sospensione del procedimento con messa alla prova, tuttavia, non può essere concessa per più di una volta ed è esclusa nei casi in cui l’imputato sia stato dichiarato dal giudice delinquente abituale o per tendenza, ai sensi degli artt. 102, 103, 104, 105 e 108 c.p.

Dal punto di vista formale, la richiesta può essere proposta, personalmente o per mezzo di procuratore speciale, fino a che non siano formulate le conclusioni o fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, nel giudizio direttissimo e nel procedimento di citazione diretta a giudizio. Nel caso in cui si fosse di fronte ad altri riti speciali, invece, si rileva che se è stato notificato il decreto di giudizio immediato, la richiesta deve essere formulata entro il termine e con le forme stabilite dall’art. 458, comma 1, c.p.p., mentre nel procedimento per decreto, la richiesta va presentata con l’atto di opposizione.

Gli artt. 464-bis e 464-ter c.p.p., inoltre, prevedono che alla richiesta di sospensione del procedimento venga allegato un programma di trattamento elaborato dall’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (U.E.P.E.) competente oppure, nel caso in cui non sia stato possibile predisporre il programma, una richiesta di trattamento concordato.

Peraltro, quando l’interessato non è in grado di produrre il programma di trattamento elaborato dall’U.E.P.E., dovrà comunque allegare alla richiesta l’attestato di presentazione della relativa richiesta di trattamento: in questo caso, il giudice, se non sussistono ragioni di inammissibilità dell’istanza, concede un breve rinvio per permettere all’U.E.P.E. di elaborare il programma.
L’iter suddetto, tuttavia, non sembra praticabile quando l’interessato sia sottoposto a giudizio direttissimo, poiché i tempi contenuti di tale rito escludono che la parte possa già avere non solo il programma di trattamento, ma anche l’attestato di presentazione della richiesta all’U.E.P.E.

In questo caso, quindi, il difensore dovrà chiedere al giudice un termine a difesa e un breve rinvio al fine di consentire alla parte interessata di formulare la domanda di trattamento all’U.E.P.E. Il giudice, inoltre, in questi casi dovrà anche valutare, qualora la parte sia detenuta per questa causa, la possibilità di revocare la misura cautelare, non essendo la messa alla prova compatibile con la detenzione.

È indiscutibile che l’istituto della messa alla prova ruoti intorno all’ufficio di esecuzione penale esterna, ma ciononostante al giudice restano ampi margini di discrezionalità, sia nella fase di ammissione, sia nella fase di valutazione dell’esito della prova.
Innanzitutto, per quanto concerne la fase di ammissione, i provvedimenti che il giudice può adottare sono condizionati dal rispetto dei requisiti formali e sostanziali della domanda, nonché dalla mancanza di preclusioni, sicché solo se sussistono tutti i predetti requisiti l’autorità giudiziaria potrà vagliare “il merito” della domanda.

Soltanto nel caso in cui non ricorrano gli estremi per pronunciare una sentenza d’immediato proscioglimento ex art. 129 c.p.p. e previa verifica delle condizioni formali e sostanziali di ammissibilità della richiesta, infatti, il giudice potrà valutare, sentite le parti e la persona offesa (il giudice dovrà anche tenere in adeguata considerazione la circostanza che il domicilio dell’imputato, indicato nel programma, sia tale da assicurare le esigenze di tutela della persona offesa), la sussistenza di due presupposti concorrenti:
a) l’idoneità del programma di trattamento ad assicurare il reinserimento sociale dell’imputato;
b) la prognosi di non recidiva.

Per la formulazione del giudizio prognostico positivo sulla rieducazione del soggetto interessato, il giudice non potrà prescindere dal tipo di reato commesso, dalle modalità di attuazione dello stesso e dai motivi a delinquere, al fine di valutare se il fatto contestato debba considerarsi un episodio occasionale ovvero rivelatore di un sistema di vita, che faccia escludere un giudizio positivo sull’evoluzione della personalità dell’imputato verso modelli socialmente adeguati.
Per quanto attiene alla fase di valutazione dell’esito della prova, occorre segnalare che le indicazioni contenute nell’art. 464-septies c.p.p. sono piuttosto generiche, non precisando in cosa esattamente consista l’esito positivo o negativo della prova.
La verifica giurisdizionale, in particolare, dovrebbe riguardare il “comportamento dell’imputato” e il “rispetto delle prescrizioni stabilite”.

Mentre il riferimento al rispetto delle prescrizioni stabilite attiene sic et simpliciter all’adempimento dei singoli punti del programma, il richiamo al comportamento dell’imputato nel corso della prova si presta ad una valutazione più flessibile, che consente al giudice di tener conto della condotta complessiva dell’imputato.
A tal proposito, alcune precisazioni sono state elaborate dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., sez. II, 12 marzo 2015, n. 14112), la quale ha sottolineato che l’esigenza di rieducazione rappresenta un beneficio non solo per l’imputato, ma per la collettività e che l’essenza dell’istituto in esame non può ricollegarsi al solo fatto materiale di consentire all’imputato di vedere estinto il reato del quale è chiamato a rispondere, ma ha radici ben più profonde (e nobili) che tendono all’eliminazione delle tendenze di condotta antigiuridica del soggetto.

Secondo la Suprema Corte, dunque, dovrebbe essere questo l’obiettivo della prova, il raggiungimento del quale dovrà essere oggetto di valutazione da parte del giudice.

In realtà, il rischio è che la valutazione in questione finisca con l’appiattirsi sulla relazione finale dell’U.E.P.E., seppur valutata nel contraddittorio delle parti e della persona offesa.

La legge, tuttavia, non vincola il giudice ad un mero recepimento della relazione conclusiva dell’U.E.P.E., sicché, pur a fronte di una relazione non completamente positiva, il giudice potrà comunque valutare che l’esito della prova sia stato positivo, ritenendo, ad esempio, che alcuni inadempimenti siano dipesi da circostanze estranee all’imputato o non addebitabili ad un difetto di diligenza dello stesso.

Il giudice, inoltre, ha anche il potere di modificare il programma di trattamento elaborato dall’U.E.P.E. sia all’atto della decisione sulla concessione della misura, sia in un momento successivo.
Si tratta di un potere particolarmente significativo e che conferma l’autonomia del giudice procedente rispetto alle scelte compiute da altri soggetti, talvolta più “qualificati”, nella proposta di programma.

L’U.E.P.E., infatti, avvia un’indagine socio-familiare finalizzata alla predisposizione del programma di trattamento che dovrà contenere indicazioni circa le modalità di coinvolgimento dell’imputato e dei familiari nel processo di reinserimento sociale, le prescrizioni comportamentali (es. obblighi relativi alla dimora, alla libertà di movimento e al divieto di frequentare determinati locali), i rapporti con l’ufficio di esecuzione penale esterna e con eventuali strutture sanitarie specialistiche, le attività di riparazione o di risarcimento del danno, e il lavoro di pubblica utilità. Quest’ultimo è di fondamentale importanza, poiché la concessione della sospensione del procedimento con messa alla prova è subordinata alla prestazione di un lavoro di pubblica utilità presso enti convenzionati che l’imputato deve reperire, mediante richiesta alla cancelleria del tribunale o all’U.E.P.E.

Con la sospensione del procedimento, dunque, l’imputato viene affidato all’U.E.P.E. per lo svolgimento di un programma di trattamento che preveda come attività obbligatorie:
– l’esecuzione del lavoro di pubblica utilità;
– l’attuazione di condotte riparative volte ad eliminare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato;
– il risarcimento del danno cagionato e, ove possibile, l’attività di mediazione con la vittima del reato.
Durante la fase di esecuzione della prova, l’U.E.P.E. svolge gli interventi necessari con le modalità previste dall’art. 72 della Legge n. 354 del 1975 e riferisce al giudice, con cadenza almeno trimestrale, circa l’andamento del programma, il comportamento tenuto, le proposte di modifica e segnala le eventuali trasgressioni che potrebbero determinare la sospensione della prova.
L’art. 168-quater c.p. prevede tre casi tassativi di revoca anticipata della misura, con contestuale ripresa del processo.
Si tratta di ipotesi che decretano il fallimento della messa alla prova rispetto agli scopi ai quali l’istituto mira, poiché palesano una strumentalizzazione del beneficio ovvero una recrudescenza della pericolosità sociale.

La prima ipotesi attiene al «caso di grave o reiterata trasgressione al programma di trattamento o alle prescrizioni imposte».
La seconda ipotesi di revoca attiene al «rifiuto alla prestazione del lavoro di pubblica utilità», presupposto indefettibile nel regime di messa alla prova.

La disposizione fa riferimento sia all’ipotesi di rifiuto espresso, sia a quello di sottrazione di fatto all’obbligo del lavoro di pubblica utilità (si pensi alla mancata osservanza delle legittime richieste del datore di lavoro).
La terza e ultima ipotesi di revoca riguarda la commissione, durante il periodo di prova, di un nuovo reato, essendo in tal caso smentita dai fatti la prognosi di non recidiva (si badi che in questo caso è da ritenersi sufficiente l’acquisizione della relativa notitia criminis e l’avvio delle indagini preliminari, altrimenti il periodo di sospensione dovrebbe tollerare di essere a sua volta sospeso per un periodo di tempo a priori non determinabile).

Decorso il periodo di sospensione del procedimento, senza che l’ordinanza di sospensione sia stata anticipatamente revocata, il giudice valuta in udienza l’esito della prova ed emetterà una sentenza dichiarativa di estinzione del reato in caso di esito positivo della prova (ossia una sentenza di non luogo a procedere o di non doversi procedere, a seconda della fase in cui si colloca) oppure emanerà un’ordinanza dispositiva della ripresa del processo, in caso di esito negativo.

  • Bartoli, Il trattamento nella sospensione del procedimento con messa alla prova, in Cass. Pen., n. 5/2015, 1755 ss.
  • Bove, L’istituto della messa alla prova “per gli adulti”: indicazioni operative per il giudice e provvedimenti adottabili, in Diritto Penale Contemporaneo, www.penalecontemporaneo.it, 27 novembre 2014
  • Bove, Messa alla prova per gli adulti: una prima lettura della L. 67/14, in Diritto Penale Contemporaneo, www.penalecontemporaneo.it, 25 giugno 2014
  • Triggiani, Poteri del giudice e controlli nella messa alla prova degli adulti, in Proc. Pen. e Giustizia n. 1/2016, 155 ss.
  • Ubertis, Sospensione del procedimento con messa alla prova e Costituzione, in Arch. pen. (web), n. 3/2015, 1 ss.

Approfondimento 1
Utilizzabilità delle informazioni acquisite durante il procedimento di messa alla prova

Parte della dottrina si è interrogata sulle sorti delle informazioni raccolte dapprima ai fini della richiesta di messa alla prova e poi durante l’espletamento della stessa.
A tal proposito, infatti, si rileva che – a differenza di quanto previsto per i procedimenti di competenza del giudice di pace dall’art. 29, comma 4, del D.lgs. n. 274 del 2000 – manca nel sistema una norma che, in caso di ripresa dell’iter procedimentale (a seguito di revoca o di esito negativo della prova), sancisca l’inutilizzabilità per la deliberazione della sentenza delle informazioni acquisite.
Non esiste, dunque, un divieto di utilizzare queste informazioni e ciò rischia di rendere poco appetibile tale rito, poiché vi è il rischio che il giudice possa rimanerne condizionato da quei dati nella fase di deliberazione della sentenza, considerandoli alla stregua di prove a carico dell’imputato.
Nonostante la lacuna normativa, tuttavia, sembra opportuno ritenere che l’attività svolta dall’U.E.P.E. (tra cui, ad esempio, l’indagine socio-familiare, le indagini sulla personalità e sulle capacità economiche dell’imputato, le relazioni trimestrali, la relazione finale) sia inutilizzabile, analogamente a quanto accade per le informazioni che il giudice può acquisire tramite la polizia giudiziaria ai sensi dell’art. 464-bis, comma 5, c.p.p., poiché la finalità di tali informazioni è strettamente connessa alla predisposizione del programma di messa alla prova, alla prognosi di non recidiva e alla decisione sull’esito della prova.

PAGINA A CURA DI:

Veronica Caprino

Veronica Caprino

Avvocato

Email: studiolegalecaprino@gmail.com

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