caporalato

Nel 2011, con il Decreto Legge del 13.08.2011, n. 138, successivamente convertito in legge (L. 14.09.2011, n. 148), è stato introdotto nel codice penale l’articolo 603 bis, che disciplina il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Tale disposizione è stata riformulata, da ultimo, ai sensi della legge n. 199 del 29 ottobre 2016.

Il fenomeno che la disposizione ha l’obiettivo di sanzionare è conosciuto come caporalato. Da un punto di vista prettamente giuridico si tratta di punire la condotta di chi sfrutta l’attività lavorativa altrui con metodi illegali, come l’intermediazione illecita di manodopera o altre forme di sfruttamento.

Se si analizza il testo nel dettaglio, l’articolo 603 bis al primo comma fa salva l’applicazione di disposizioni relative a differenti fattispecie incriminatrici più gravi laddove queste ricorrano, quali ad esempio la riduzione e il mantenimento in schiavitù, punita con la reclusione fino a vent’anni e che possono avere ad oggetto anche lo sfruttamento di prestazioni lavorative. Prima dell’entrata in vigore dell’articolo 603 bis il caporalato era punito attraverso un’interpretazione estensiva di tali disposizioni, le quali tuttavia non fornivano una tutela penale adeguata alle vittime del fenomeno specifico.

Il soggetto preso in considerazione dalla norma vigente è non soltanto il “caporale”, cioè colui che fa da intermediatore tra datore di lavoro e i lavoratori, gestendone attività lavorative, orari e retribuzione, ma anche (la più importante delle novità introdotte dalla recente modifica al testo) il datore di lavoro stesso, inteso in qualità di persona fisica o giuridica.
La sanzione oggi prevista per il reato di caporalato consiste nella reclusione da uno a sei anni e la multa da 500 a 1.000 euro per ogni lavoratore reclutato.

Di grande rilevanza è la condizione, prevista dalla normativa, di “stato di bisogno”: per configurarsi il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro deve sussistere lo stato di bisogno dei lavoratori sfruttati, concetto interpretato dalla giurisprudenza della Suprema Corte (Così Cass. 25 gennaio 2007, n. 2841) come «qualsiasi situazione di debolezza o di mancanza materiale o morale del soggetto passivo, adatta a condizionarne la volontà personale». Nei fatti, lo stato di bisogno della vittima (elemento costitutivo della fattispecie) spesso consiste nella totale dipendenza del lavoratore dal proprio caporale o datore di lavoro, per il fatto di necessitare di sistemazioni alloggiative e fornitura di cibo e oggetti quali coperte e indumenti che il lavoratore non avrebbe modo di procurarsi altrimenti. Solitamente tali prestazioni lavorative avvengono in contesti ben organizzati, in modo tale che il lavoratore mangi, dorma e venga trasportato da e verso il luogo di lavoro sotto costante vigilanza dei caporali, il tutto a proprie spese, da dedurre dal compenso giornaliero. Ma la giurisprudenza tende a ricomprendere nella nozione di stato di bisogno anche condizioni economiche disagevoli che non si traducano in un vero e proprio stato di indigenza, tali tuttavia da dar luogo anche semplicemente ad una “permanente preoccupazione” per il soggetto riguardo alla propria sfera socio-economica.

Esaminando più nel dettaglio, ai sensi del primo comma dell’art. 603 bis, commette il delitto in esame:
1) recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;
2) utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione di cui al numero 1), sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.

La disposizione prevede, quindi, che sia proprio questa attività di intermediazione ad essere oggetto di sanzione penale.
La norma prevede la sanzione di assunzioni irregolari e di lavoro prestato in violazione di qualsiasi normativa in materia di sicurezza e igiene sui luoghi di lavoro, nonché con retribuzioni nettamente inferiori a quelle previste dai contratti collettivi, sia nazionali che territoriali. Inoltre, nei casi in cui la norma sia applicabile, se vi è un contratto di lavoro tra dipendente e datore di lavoro, è possibile che la prestazione effettivamente eseguita superi del doppio le ore lavorative previste dallo stesso.

La fattispecie di caporalato caratterizzata dall’utilizzo di violenza o minaccia è ad oggi considerata alla stregua di una circostanza aggravante del reato, prevista dal comma 2 della disposizione. La sanzione comminata per questa ipotesi aggravata consiste nella reclusione da 5 a 8 anni e nella multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato.
Segue, nel testo della norma, una elencazione degli indici sintomatici di sfruttamento dei lavoratori: affinché si possa ravvisare lo sfruttamento punito al primo comma dell’art. 603 bis c.p. debbono sussistere una o più delle seguenti circostanze, definite indici di sfruttamento, corrispondenti a:

1) la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
2) la reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;
3) la sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;
4) la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

Si pone l’utilità di un commento dell’elencazione di tali indici. In primo luogo, in merito alla nozione di “contratti territoriali”, questi, allo stesso modo di quelli nazionali, sono quelli stipulati dai sindacati nazionali maggiormente rappresentativi. In secondo luogo, le violazioni in materia di retribuzioni e quelle relative ad orario di lavoro, riposi, aspettative e ferie devono essere reiterate (il testo fa riferimento a violazioni “sistematiche”). In terzo luogo, si precisa che le violazioni riguardano anche i periodi di riposo intesi oltre al riposo settimanale. In relazione alla violazione delle norme sulla sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro, viene soppresso il riferimento alla necessità che la violazione esponga il lavoratore a pericolo per la salute, la sicurezza o l’incolumità personale. In relazione alla sottoposizione dei lavoratori a condizioni di lavoro, metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative particolarmente degradanti, rispetto alla disposizione vigente è soppresso l’avverbio “particolarmente”, da cui deriva un ampliamento dei casi in cui si può realizzare tale condizione-indice.

In seguito, la norma prevede tre diverse condizioni che costituiscono una aggravante, aumentando la pena da un terzo alla metà, che concernono l’età dei lavoratori, il numero di persone vittime dello stesso reo o il fatto di esporre i lavoratori a grave pericolo con riferimento al tipo di prestazione lavorativa.

– Legge 29/10/2016 n 199  recante “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo” (G.U. n. 257 del 3-11-2016)

– Dispositivo dell’art. 603 bis c.p. “Intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo”:

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, chiunque:

1) recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;
2) utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione di cui al numero 1), sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.
Se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato.
Ai fini del presente articolo, costituisce indice di sfruttamento la sussistenza di una o più delle seguenti condizioni:

1) la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
2) la reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;
3) la sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;
4) la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.
Costituiscono aggravante specifica e comportano l’aumento della pena da un terzo alla metà:

1) il fatto che il numero di lavoratori reclutati sia superiore a tre;
2) il fatto che uno o più dei soggetti reclutati siano minori in età non lavorativa;
3) l’aver commesso il fatto esponendo i lavoratori sfruttati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro».

Il nuovo articolo 603 bis in oggetto, entrato in vigore solamente lo scorso ottobre, non è ancora stato oggetto di pronunciamenti giurisprudenziali significativi. Occorre, per il momento, fare riferimento alle pregresse pronunce dei Tribunali e della Corte di Cassazione in ordine alla fattispecie nella sua precedente formulazione.
Si rinvia dunque ad un prossimo aggiornamento di questa Sezione.

Cassazione Sez.V, 18.12.2015, n. 16737

Si segnala tuttavia una decisione della Suprema Corte, in cui si era affermato che, secondo il testo precedentemente in vigore, il quale prevedeva la sanzionabilità di condotte caratterizzate da “violenza, minaccia o intimidazione”, non fosse sufficiente ad integrare il reato la sola condizione di “sfruttamento lavorativo”. Attendiamo una nuova pronuncia del giudice in merito, che vada a modificare l’interpretazione giurisprudenziale in questione alla luce del novellato dato normativo.

Si veda inoltre Cass. 25 gennaio 2007, n. 2841, in merito alla definizione di “stato di bisogno”.

– “Volevamo braccia, sono arrivati uomini. Sfruttamento lavorativo dei braccianti agricoli migranti in Italia”, Amnesty International Italia, Rapporto 2012.
– “Lavoro sfruttato, due anni dopo”, Amnesty International Italia, rapporto 2014.
– LEOGRANDE A., Uomini e Caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del sud, Mondadori, Milano
– GUARINIELLO, Nota a sentenza Cass. Pen. Sez. V, 18-12-15 n. 16737, IN Dir. e Pratica Lav., 2016, 20, 1241

Come approfondimento in materia di reato di caporalato segnaliamo che, in conseguenza del reato di ingresso e soggiorno illegale, in via di abrogazione, ma tuttora vigente, il lavoratore migrante, vittima di caporalato, non denuncia il proprio datore di lavoro perché, trovandosi egli stesso in posizione di irregolarità quanto alla propria presenza in territorio italiano, sarebbe soggetto a denuncia da parte delle autorità. Tale situazione rende problematica la denuncia del datore di lavoro da parte di un lavoratore irregolarmente presente sul territorio, che inoltre -come spesso avviene nei fatti- non riesce a fornire dati precisi con riferimento alle generalità di datore di lavoro o caporale né un indirizzo preciso del luogo di lavoro o di residenza di questi ultimi. Inoltre, evidente è il rischio corso da chi prova a denunciare i propri sfruttatori: le vittime non hanno alcun incentivo a farlo, sapendo di poter essere essi stessi indagati per ingresso e soggiorno irregolare.

Volendo fornire un quadro generale della norma 199 bis del 2016, si segnalano le ulteriori previsioni del testo di legge: sono inseriti nel codice penale gli articoli 603-bis.1 e 603-bis.2, relativi ad ipotesi di confisca obbligatoria del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non possa giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulti essere titolare o avere la disponibilità, a qualsiasi titolo, in valore sproporzionato al proprio reddito (dichiarato ai fini delle imposte sul reddito) o alla propria attività economica.
Come misura cautelare reale è previsto l’eventuale controllo giudiziario dell’azienda nel corso del procedimento penale per il reato di caporalato; con il decreto che dispone la misura, il giudice nomina uno o più amministratori giudiziari esperti in gestione aziendale, scegliendoli tra gli iscritti all’albo degli amministratori giudiziari.

Sotto un profilo processuale, è stato previsto l’inserimento del delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro commesso con violenza e minacce tra il catalogo dei reati per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza. Per quanto riguarda la tutela delle vittime, il provvedimento prevede l’assegnazione al Fondo anti-tratta dei proventi delle confische ordinate a seguito di sentenza di condanna o di patteggiamento per il delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro di cui all’art. 603-bis del codice penale.

Pagina a cura di Silvia Squarciotta e Roberto Nappi

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