patrocinio a spese dello stato

L’istituto del patrocinio a spese dello Stato nasce dichiaratamente con l’obiettivo di consentire ai soggetti economicamente deboli di farsi assistere da un avvocato e, all’occorrenza, da un consulente tecnico, senza sostenere i costi relativi all’espletamento delle attività svolte dai predetti professionisti.

CHI HA DIRITTO AL GRATUITO PATROCINIO
Possono essere ammessi al patrocinio a spese dello Stato coloro che siano:
1) titolari di un reddito annuo imponibile, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore ad € 11528,41 (importo aggiornato risultante dalla Gazzetta Ufficiale n. 186 del 12 agosto 2015 – prossimo aggiornamento nel 2017).
Se l’interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l’istante.
Si considera, invece, il solo reddito personale quando sono oggetto della causa diritti della personalità, ovvero nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi.
Nel giudizio penale, tuttavia, il limite di reddito è aumentato di € 1.032,91 per ogni familiare convivente (art. 92 D.P.R.) v. Approfondimento 1;
2) cittadini italiani e:
a) stranieri (anche minorenni), apolidi (residenti in Italia) per quanto riguarda il processo penale;
b) stranieri regolarmente soggiornanti sul territorio nazionale al momento del sorgere del rapporto o del fatto oggetto del processo da instaurare, apolidi (anche non residenti in Italia), enti o associazioni che non perseguano fini di lucro e non esercitino attività economica per quanto riguarda gli altri giudizi;
3) in una determinata posizione processuale:
a) nei giudizi penali: indagati, imputati, condannati, persone offese dal reato, danneggiati che intendano costituirsi parte civile, responsabili civili e civilmente obbligati per la pena pecuniaria.
b) negli altri giudizi: parte nel processo o intendano adire il giudice, e non siano già stati condannati nel precedente grado del giudizio (nel quale erano stati ammessi al patrocinio), salvo l’azione di risarcimento del danno nel processo penale.
Non può essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato:
– chi è indagato, imputato o condannato per reati di evasione fiscale o per i condannati con sentenza definitiva per i reati di associazione mafiosa, e connessi al traffico di tabacchi e agli stupefacenti (modifiche apportate dalla legge 24 luglio 2008, n. 125) nei giudizi penali;
– chi è difeso da più di un avvocato nei giudizi penali;
– chi sostiene ragioni manifestamente infondate e chi è parte in una causa per cessione di crediti e ragioni altrui, quando la cessione non sia in pagamento di crediti preesistenti, negli altri giudizi.

COME SI CHIEDE IL GRATUITO PATROCINIO
La domanda di ammissione al beneficio deve:
– essere sottoscritta dall’interessato, a pena di inammissibilità e la firma deve essere autenticata dal difensore o dal funzionario che riceve la domanda;
– essere presentata dall’interessato, o dal difensore, anche con raccomandata postale;
– essere presentata prima dell’inizio del giudizio o durante il giudizio stesso, ma gli effetti decorrono della domanda;
– essere depositata presso:
la cancelleria del giudice (non più al giudice in udienza) ovvero al direttore del carcere se l’interessato è detenuto oppure all’ufficiale di polizia giudiziaria quando l’interessato si trovi in stato di detenzione domiciliare o in luogo di cura, per quanto riguarda i giudizi penali;
presso il consiglio dell’ordine degli avvocati, per quanto riguarda gli altri giudizi.

Il richiedente deve munirsi dei seguenti documenti:
– certificato cumulativo di stato di famiglia e residenza (da fare presso l’ufficio anagrafe del Comune di residenza);
– copia del tesserino del codice fiscale (o tessera sanitaria se risulta il codice fiscale);
– copia di un documento di identità (carta d’identità, patente di guida);
– copia dell’ultima dichiarazione dei redditi (CUD, ecc.).
In mancanza di dichiarazione dei redditi per assenza di reddito nell’anno precedente, occorre presentare un’autodichiarazione dell’interessato attestante il reddito (o l’assenza di reddito) con riferimento all’anno precedente.

I cittadini italiani possono autocertificare l’esistenza dei requisiti di legge, mentre i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea devono allegare una certificazione del consolato del Paese d’origine che confermi la veridicità del reddito dichiarato, salvo il ricorso all’autocertificazione qualora si provi l’impossibilità di documentarlo (v. Approfondimento 2). I cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea sottoposti a provvedimenti restrittivi della libertà personale possono produrre la certificazione consolare entro il termine di 20 giorni, anche tramite il difensore o un familiare.

Nel caso di richiedenti asilo e apolidi, esiste una buona prassi secondo cui basta produrre copia della mail in cui si chiede ai consolati di attestare la veridicità delle condizioni economiche.
Successivamente alla presentazione della domanda, il giudice o il consiglio dell’ordine possono chiedere di provare la verità delle dichiarazioni con documenti scritti o, nel caso di impossibilità, con ulteriore autocertificazione.
Se si viene ammessi al patrocinio a spese dello Stato, tutte le spese vengono pagate dallo Stato e, quindi, non si deve pagare né l’avvocato, né il consulente tecnico.

Inoltre, a seguito della sentenza n. 254 del 2007 della Corte Costituzionale lo straniero che non conosce la lingua italiana ed ammesso al patrocinio a spese dello Stato può nominare un proprio interprete.

COME VENGONO RETRIBUITI GLI AVVOCATI
L’art. 85 del D.P.R. n. 115 del 2002 rubricato “Divieto di percepire compensi o rimborsi” prevede che il difensore, l’ausiliario del magistrato e il consulente tecnico di parte [rectius di persone ammesse al patrocinio a spese dello Stato] non possano chiedere e percepire dal proprio assistito compensi o rimborsi a qualunque titolo, diversi da quelli previsti dal suddetto decreto e che l’eventuale violazione di questo divieto costituisce grave illecito disciplinare professionale.

Bisogna considerare, tuttavia, che la richiesta di pagamento per attività prestata prima del deposito dell’istanza è legittima, a condizione che il difensore abbia adeguatamente informato il proprio assistito sulla possibilità di chiedere il beneficio e lo abbia messo nelle condizioni di presentare la relativa domanda, con o senza riserva.

L’avvocato che abbia prestato la propria attività  professionale in fase non strettamente stragiudiziale, ma in tempo antecedente al provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in favore di persona successivamente ammessa al beneficio, dunque, ha diritto – in virtù dei principi e delle norme afferenti al contratto di prestazione d’opera professionale – ad essere compensato dal cliente per l’attività  svolta, poiché in questo caso la richiesta di compenso e la percezione dello stesso da parte del cliente medesimo non costituisce illecito disciplinare.

Al fine di escludere ogni rilevanza disciplinare della condotta tenuta dall’avvocato, tuttavia, è necessario considerare il momento da cui iniziano a decorrere gli effetti del provvedimento di ammissione al patrocinio a Spese dello Stato. A tal proposito l’art. 109 del D.P.R. n. 115 del 2002, infatti, prevede che: “Gli effetti decorrono dalla data in cui l’istanza è stata presentata o è pervenuta all’ufficio del magistrato o dal primo atto in cui interviene il difensore, se l’interessato fa riserva di presentare l’istanza e questa è presentata entro i venti giorni successivi”.

Quindi, l’avvocato può chiedere di essere retribuito solo per le prestazioni svolte prima dell’ammissione al beneficio.
Come in precedenza anticipato, la disciplina del patrocinio a spese dello Stato ha prestato il fianco ad alcuni rilievi critici.
Un primo profilo di criticità, invero, riguarda l’attività strettamente stragiudiziale, poiché la giurisprudenza è stata a lungo divisa.
Ai sensi dell’art. 124 del DPR n. 115 del 2002, infatti, il patrocinio a spese dello Stato è previsto per l’attività giudiziale e non per quella stragiudiziale.

La giurisprudenza della Suprema Corte si è divisa a lungo sull’interpretazione del suddetto articolo, laddove prevede che l’istanza di ammissione può essere chiesta “anche quando il processo non pende” facendone discendere le diverse conseguenze in relazione alla ricomprensione delle spese suddette.

La Cassazione Civile, Sezioni Unite, con la sentenza n. 9529 del 2013 ha, tuttavia, chiarito che l’attività stragiudiziale preliminare all’inizio di un contenzioso processuale che poi effettivamente ha inizio ed è assistito con il gratuito patrocinio, non può avere autonomia di parcellazione e deve essere considerata parte di quello che poi verrà liquidato in sede di compensi del gratuito patrocinio.
Per l’effetto, l’avvocato non potrà chiederne il compenso direttamente al cliente ammesso al patrocinio gratuito: tale condotta sarebbe sanzionabile in via disciplinare in quanto consentirebbe illecita duplicazione del compenso.

La stessa sentenza precisa, però, che l’attività esplicantesi fuori dal processo e non meramente propedeutica al procedimento da instaurare, può essere richiesta direttamente al cliente (v. anche Cass. civ., sez. II, sentenza n. 24723 del 2011).
Dunque, ad esempio, se l’assistito si rivolge al legale per una consulenza relativa al diritto di famiglia e una relativa al recupero di crediti derivanti da lavoro, ma poi decide di intraprendere una causa solo per recuperare i crediti da lavoro e per tale causa viene ammesso al gratuito, la consulenza relativa al diritto di famiglia dovrà essere retribuita.

Quanto alle spese per l’assistenza in mediazione, inoltre, recente giurisprudenza di merito (cfr. Tribunale di Firenze sentenza del 13 gennaio 2015) ha richiamato l’orientamento della Suprema Corte per affermare:
1) nessuna indennità è dovuta all’organismo di mediazione per i soggetti in condizione di essere ammessi al patrocinio a spese dello Stato (art. 17 D.Lgs. n. 28 del 2010);
2) la mediazione è attività propedeutica al giudizio e, pertanto, può essere chiesta allo Stato;
3) in caso di esito positivo della mediazione, qualora non segua il processo, l’assistenza legale è comunque a carico dello Stato, poiché in tal modo si realizza il risultato migliore non solo per le parti, ma anche per lo Stato che non deve sostenere anche le spese del giudizio.
Un ulteriore profilo di criticità concerne la molteplicità di documenti richiesti ai fini della comunicazione dei redditi. Spesso, ad esempio, accade che le persone senza fissa dimora, a causa dei loro continui spostamenti e della durezza della vita in strada, dimentichino di avere alcune proprietà (sovente di nessun valore) o conti corrente.

In tali ipotesi, dunque, vi è il rischio che le dichiarazioni delle persone ammesse al beneficio risultino false od omissive ovvero che si riscontri la mancata comunicazione degli aumenti di reddito, benché non sia ravvisabile alcun intento doloso. Tuttavia, in questi casi, qualora non si riescano a produrre elementi idonei a proprio favore, si potrebbe essere puniti con la pena della reclusione da 1 a 6 anni e 8 mesi e con la multa da € 309,87 a 1.549,37, oltre al pagamento di tutte le somme corrisposte dallo Stato.

– Cass. pen., sez. II, sentenza n. 20186 del 2016
– Cass. pen., sez. IV, sentenza n. 47027 del 2015
– Cass. pen., sez. IV, sentenza n. 32782 del 2015
– Tribunale di Firenze, sentenza del 13 gennaio 2015
– Trib. di Roma, sez. GIP, ordinanza del 19 novembre 2014
– SS.UU. n. 9529 del 2013
– Cass. pen., sez. IV, sentenza n. 10661 del 2013
– Cass. civ., sez. II, sentenza n. 24723 del 2011
– Cass. pen., sez. III, n. 24819 del 2011
– Cass. pen. sez. IV, n. 36362 del 2010
– Corte di Giustizia, sentenza del 22 dicembre 2010, causa C-279/09, DEB Deutsche energiehandels- und Beratungsgesellschaft mbH
– Cass. pen., sez. IV, sentenza n. 21999 del 2009
– Corte cost., sentenza n. 254 del 2007
– Cass. pen., sez. IV, n. 45159 del 2005
– Corte Cost., sentenza n. 144 del 1992
– Corte cost., sentenza n. 382 del 1995

– Cappelletti, Povertà e giustizia, in Foro it., 1969, V, 48
– De Rosa, Sulla effettività del sistema di difesa per i non abbienti, in Giur. it., 2003, 1216
– De Simone, Del Medico, Scialla, Patrocinio a spese dello Stato e difesa d’ufficio, Giappichelli, 2004

Approfondimento 1
Quali redditi si considerano?
Si considerano tutti i redditi imponibili ai fini delle imposte sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) percepiti nell’anno precedente alla formulazione della domanda di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, come, ad esempio, lo stipendio, la pensione, il reddito da lavoro autonomo, ecc.
Ai sensi dell’art. 76 del D.P.R. n. 115 del 2002, inoltre, si tiene conto anche dei redditi esenti dall’Irpef, quali, in modo esemplificativo, la pensione di guerra e l’eventuale percezione di indennità d’accompagnamento ovvero assoggettati a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o ad imposta sostitutiva.
A tal proposito, peraltro, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 382 del 1995, nell’affrontare la problematica dei limiti di reddito per il patrocinio a spese dello Stato, ha precisato che “nella nozione di reddito, ai fini dell’ammissione del beneficio in questione, devono ritenersi comprese le risorse di qualsiasi natura, di cui il richiedente disponga, anche gli aiuti economici (se significativi e non saltuari) a lui prestati, in qualsiasi forma, da familiari non conviventi o da terzi, – pur non rilevando agli effetti del cumulo – potranno essere computati come redditi direttamente imputabili all’interessato, ove in concreto accertati con gli ordinari mezzi di prova, tra cui le presunzioni semplici previste dall’art. 2729 cod. civ., quali il tenore di vita ed altri fatti di emersione della percezione di redditi”.
Tale indirizzo interpretativo è stato più volte confermato anche dalla Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che “ai fini dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, per la determinazione dei limiti di reddito rilevano anche i redditi che non sono stati assoggettati ad imposte vuoi perché non rientranti nella base imponibile, vuoi perché esenti, vuoi perché di fatto non hanno subito alcuna imposizione: ne consegue che rilevano anche i redditi da attività illecite ovvero i redditi per i quali l’imposizione fiscale è stata esclusa” (cfr. ex multis, Cass. pen., sez. IV, sentenza n. 32782 del 2015; Cass. pen., sez. IV, n. 45159 del 2005; Cass. pen. sez. IV, n. 36362 del 2010; Corte Cost., sentenza n. 144 del 1992).
Analogamente, è stata considerata rilevante ai fini del limite del reddito anche una somma incassata a titolo di risarcimento del danno (v. Cass. pen., sez. III, n. 24819 del 2011).
L’art. 96 del D.P.R. n. 115 del 2002 prevede che il magistrato deve respingere l’istanza qualora vi siano fondati motivi per ritenere che l’interessato non versi nelle condizioni previste dalla legge.
A tale proposito, tuttavia, la Suprema Corte ha affermato che il giudice può ricostruire la situazione reddituale del soggetto che richiede l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato anche mediante presunzioni, ma deve individuare ogni elemento rilevante, motivando adeguatamente la propria decisione attraverso il riferimento al tenore di vita e alle condizioni personali o familiari dell’istante (cfr. Cass. pen., sez. IV, sentenza n. 32782 del 2015).
Qualora la situazione reddituale dell’istante muti, la revoca del beneficio non potrà riguardare l’attività difensiva svolta nel periodo in cui esisteva una situazione reddituale utile alla fruizione del patrocinio a spese dello Stato, ma il giudice dovrà individuare il momento in cui si è determinata la nuova situazione che determina l’esclusione dal beneficio e dovrà disporre la revoca a far data da tale momento (v. Cass. pen., sez. IV, sentenza n. 10661 del 2013).

Approfondimento 2
Patrocinio a spese dello Stato ed attestazione consolare del reddito prodotto all’estero

La Suprema Corte con la sentenza n. 21999 del 2009 ha stabilito che l’attestazione consolare dei redditi eventualmente prodotti all’estero prevista dall’art. 79 del D.P.R. n. 115 del 2002 per l’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello stato per i cittadini extracomunitari non è requisito previsto a pena di inammissibilità.
L’art. 79, comma 2, D.P.R. cit., infatti, si limita ad asserire che “per i redditi prodotti all’estero, il cittadino di Stati non appartenenti all’Unione europea correda l’istanza con una certificazione dell’autorità consolare competente, che attesta la veridicità di quanto in essa indicato”.
Nemmeno l’art. 94, che disciplina i casi di “impossibilità a presentare la documentazione necessaria ad accertare la veridicità”, sanziona con l’inammissibilità la mancanza di tale documentazione: la norma, difatti, sanziona solo la mancanza della dichiarazione sostitutiva della certificazione consolare per i cittadini non appartenenti all’Unione Europea.
Il concetto di impossibilità, in tale contesto, quindi, può anche riferirsi in termini non assoluti, nel senso da ricomprendervi i casi in cui il richiedente si sia utilmente e tempestivamente attivato per ottenere le previste certificazioni, non potendosi addebitare a lui le inadempienze o lungaggini burocratiche che riguardino uffici appartenenti a Paesi esteri.
Peraltro, di recente, il Trib. di Roma, sez. GIP, si è pronunciato con l’ordinanza del 19 novembre 2014 sulla situazione dei richiedenti protezione internazionale, specificando che il richiedente protezione può in ogni caso sostituire alla certificazione consolare una dichiarazione sostitutiva di certificazione “senza necessità per l’interessato/a di provare l’impossibilità a procurarsi la certificazione dei redditi prodotti all’estero da parte dell’autorità competente”.

Approfondimento 3
Difesa d’ufficio e patrocinio a spese dello Stato non sono la stessa cosa

Spesso capita che alcuni confondano il difensore d’ufficio con il difensore iscritto nelle liste del patrocinio a spese dello Stato.
Il difensore di ufficio, tuttavia, è un avvocato nominato dallo Stato che difende l’imputato non ancora provvisto di difensore di fiducia, al fine di garantire il diritto di difesa tecnica in ogni processo penale (art. 24 Cost.)
Il difensore di ufficio rimane in carica fino a quando l’imputato non nomina un difensore di fiducia e deve essere retribuito direttamente dall’imputato.
Egli può essere iscritto, altresì, nelle liste per il patrocinio a spese dello Stato, ma ciò non è obbligatorio.
La figura del difensore d’ufficio, infatti, è stata istituita per rispondere al fine di consentire a chiunque di avere sempre una difesa tecnica quando viene assoggettato ad un procedimento penale.
Il difensore d’ufficio che non risulti iscritto nelle predette liste ovvero nei casi in cui vi sia iscritto ma il soggetto interessato non abbia i requisiti per chiedere di essere ammesso al patrocinio, pertanto, dovrà essere retribuito direttamente da colui a favore del quale è stata fatta la nomina d’ufficio dal giudice o dal pubblico ministero sulla base di un elenco di difensori predisposto dal consiglio dell’ordine forense, d’intesa con il presidente del tribunale.

Pagina a cura di

Veronica Caprino

Veronica Caprino

Avvocato

Email: studiolegalecaprino@gmail.com

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