J. è una giovane ragazza nigeriana che viveva a Genova in una struttura di accoglienza in attesa della risposta alla sua domanda di protezione internazionale. Un giorno si è presentata al nostro sportello insieme ad un chiassoso e variopinto gruppetto di tre sue connazionali. Tutte giovanissime e tutte molto preoccupate perché avevano appena ricevuto un decreto di espulsione dal sistema di accoglienza e temevano che essere state gettate fuori dalla struttura potesse influire negativamente sulla loro richiesta di protezione internazionale, per la quale da tempo attendevano la risposta.

Emilio, storico volontario della sede genovese, era di turno allo sportello quel giorno. “Dopo aver ascoltato le loro storie, – racconta Emilio – avevo cercato di rassicurare le ragazze spiegando che probabilmente sarebbe stato meglio impugnare il provvedimento, tra l’altro illegittimo, anche se la domanda di protezione avrebbe potuto essere accolta comunque”.

Emilio, insieme a Gigliola, anche lei presente allo sportello quel giorno, pensava che quelle ragazze così giovani, oltre ad essere vittime del reato di tratta di esseri umani, ora erano diventate vittime per la seconda volta, perché, nella consueta spirale verso il basso che colpisce chi è in queste situazioni, essendo espulse dal sistema di accoglienza sarebbero diventate delle persone senza dimora.

Nonostante le altre tre ragazze fossero apparentemente più rivendicative e battagliere di J., piuttosto silenziosa, solo quest’ultima aveva deciso di impugnare il provvedimento dopo che era stata loro spiegata la situazione. Così Emilio l’ha presa in carico, ha aperto la sua pratica ed ha vinto la causa.

“Qualche mese dopo aver vinto la causa contro l’espulsione J. mi ha ricontattato – spiega Emilio – perché le era stato notificato un documento che non riusciva a comprendere. Le ho chiesto di fare una foto al documento e di mandarmelo via whatsapp. E così, abbiamo scoperto insieme che J. aveva ottenuto lo status di rifugiato per le tremende discriminazioni che aveva subito nel suo paese e delle quali non ci aveva mai parlato. Quando le ho spiegato bene che aveva ottenuto il massimo grado di protezione accordato dal nostro ordinamento ad un cittadino straniero la sua felicità è stata incredibile”.

“A distanza di anni – conclude Emilio – J. continua a ringraziarci e non dimentica mai di mandarci i suoi auguri di Natale”.

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