fallimento

Definizione e presupposti

Il fallimento appartiene alle procedure concorsuali, per tali intendendosi quelle procedure caratterizzate da universalità (in quanto colpiscono tutti i beni dell’imprenditore) e dalla concorsualità (in quanto coinvolgono tutti i creditori) ed è disciplinato dal R.D. 16 marzo 1942 n.267 (legge fallimentare) e successive modifiche.
Affinché possa avviarsi una procedura di fallimento sono necessari due presupposti: uno soggettivo ed uno oggettivo.
– Soggettivo: in base all’art.1 l.f. sono soggetti a fallimento tutti gli imprenditori commerciali. Sono pertanto esclusi gli imprenditori agricoli, gli esercenti professioni intellettuali e i debitori comuni. L’art.1 comma 2 l.f. esclude ulteriormente dal fallimento coloro che dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:
a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;
b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;
c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.
– Oggettivo: viene richiesto uno stato di insolvenza (art.5 l.f.) ed una esposizione debitoria (ovvero debiti scaduti e non pagati) non inferiore ad euro 30.000,00 (art.15, comma 9 l.f.).
(Con riferimento al requisito oggettivo si veda approfondimento 1).

Fasi ed organi della procedura

La procedura di fallimento può essere avviata per iniziativa del debitore, di uno o più creditori o anche dal pubblico ministero, qualora ricorrano le ipotesi di cui all’art.7 l.f.
La competenza, ai fini della dichiarazione di fallimento, è del tribunale del luogo dove l’imprenditore ha la sede dell’impresa, rimanendo peraltro senza effetto il trasferimento della sede, ai fini della competenza, se avvenuto nell’anno antecedente l’istanza di fallimento. Inoltre, ai sensi dell’art.10 l.f., gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti anche entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, se l’insolvenza si è manifestata anteriormente alla medesima o entro l’anno successivo.
Il tribunale, a seguito della presentazione dell’istanza, convoca l’imprenditore, e dispone in particolare che lo stesso imprenditore depositi i bilanci relativi agli ultimi tre esercizi, nonché una situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata; può richiedere eventuali informazioni urgenti (art.15 l.f.).
A seguito dell’istruttoria (volta ad accertare tutti i requisiti), il tribunale può pronunciare sentenza, con la quale dichiara il fallimento dell’imprenditore. Contro tale sentenza è ammesso reclamo, che può essere proposto dal debitore e da qualunque interessato con ricorso da depositarsi nella cancelleria della corte d’appello nel termine perentorio di trenta giorni e deve contenere gli elementi di cui all’art.18 l.f..
Con la pronuncia di fallimento si apre una procedura che prevede in particolare: l’apprensione dei beni del debitore che entreranno a far parte del fallimento, l’accertamento del passivo, la liquidazione dell’attivo e la ripartizione tra i creditori di quanto ricavato dalla liquidazione dell’attivo.
Nell’ambito di tale procedura la legge individua diversi organi preposti al fallimento:
– Il tribunale fallimentare (art.23 e ss. l.f.): tale organo svolge una funzione di supervisione della procedura ed è in particolare competente a conoscere di tutte le azioni che ne derivano, qualunque ne sia il valore.
– Il giudice delegato (art.25 e ss. l.f.): Il giudice delegato esercita funzioni di vigilanza e di controllo sulla regolarità della procedura e decide in merito ai reclami avverso gli atti del curatore e del comitato dei creditori.
– Il curatore (art.27 e ss. l.f.): il curatore, oltre ad essere pubblico ufficiale durante l’esercizio delle sue funzioni, ha una grande funzione durante la procedura in quanto ha l’amministrazione del patrimonio fallimentare e compie tutte le operazioni della procedura, sotto la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori, nell’àmbito delle funzioni ad esso attribuite.
– Il comitato dei creditori (art.40 e ss. l.f.): tale comitato viene nominato dal giudice delegato e ha funzioni di vigilanza, autorizzazione di taluni atti ed esprimere pareri nei casi previsti dalla legge.

La dichiarazione di fallimento: effetti

La dichiarazione di fallimento, dal momento del deposito della sentenza in cancelleria (o dell’iscrizione nel registro delle imprese per i terzi), determina una serie di conseguenze sia per il debitore fallito che per i creditori dello stesso.
– Per il debitore fallito: effetto principale nei confronti del debitore fallito è l’automatico spossessamento dei proprio beni, il che determina la perdita dell’amministrazione e della disponibilità dei medesimi con contestuale passaggio dell’amministrazione in capo al curatore. Tale situazione determina altresì che la legittimazione processuale, con riferimento alle controversie riguardanti i diritti patrimoniali facenti parte del fallimento, spetta al curatore (per una più completa disamina dei beni esclusi dallo spossessamento si veda approfondimento 2).
Ulteriormente, si determinano a carico del fallito anche alcuni effetti personali (si vedano in particolare gli art.48 e art.49 l.f.), che pongono limiti alla libertà del fallito.
Ulteriormente, la dichiarazione di fallimento può avere rilevanza anche in ambito penale (si veda approfondimento 3).
– Per i creditori: il fallimento produce innanzitutto il concorso dei creditori. Ai creditori è fatto pertanto divieto, dal giorno della dichiarazione del fallimento e salvo diversa disposizione della legge, di iniziare o proseguire alcuna azione individuale esecutiva o cautelare, anche per crediti maturati durante il fallimento, sui beni compresi nel fallimento (si vedano per una elencazione completa degli effetti gli artt.52 e seguenti l.f.).
– Rispetto ai rapporti giuridici preesistenti: solitamente al momento della dichiarazione di fallimento l’imprenditore ha in essere diversi rapporti giuridici. Rispetto a tali rapporti la legge fallimentare interviene in modo eterogeneo, e distingue in particolare: rapporti che proseguono regolarmente ma dove il curatore subentra all’imprenditore, che proseguono in capo al curatore ma con profili di disciplina diversi, che proseguono in capo al debitore fallito oppure che si risolvono automaticamente in conseguenza della dichiarazione di fallimento (si vedano gli artt.72 e seguenti l.f. per una disamina completa delle diverse tipologie contrattuali e relativo trattamento).

La revocatoria fallimentare

La c.d. revocatoria fallimentare rappresenta un rimedio previsto dal legislatore in aggiunta all’azione revocatoria ordinaria (artt.2901 e seguenti c.c. ed art.66 l.f.) per poter garantire in modo più efficace la c.d. par condicio creditorum nell’ambito della procedura di fallimento.
In ragione proprio della sua funzione sono previste alcune peculiarità:
– La legittimazione non è del singolo creditore e a suo esclusivo vantaggio ma è esclusivamente del curatore e avvantaggia tutti i creditori partecipanti la procedura.
– Gli atti revocabili non sono solo quelli posti in essere dal debitore ma anche quelli che, pur posti in essere da altri soggetti (come l’iscrizione ipotecaria giudiziale), hanno ripercussioni o comunque incidono sulla garanzia patrimoniale del fallito.
– Affinché l’atto venga dichiarato inefficace, per la revocatoria fallimentare non è richiesto l’eventus damni, come nella revocatoria ordinaria, avendo invece rilevanza il fatto che l’atto sia stato compiuto durante il c.d. periodo sospetto, il quale può variare da alcuni mesi ad alcuni anni precedenti la dichiarazione di fallimento, in ragione della tipologia di atto (si veda in particolare art.67 l.f.). Tale principio è stato più volte affermato dalla giurisprudenza, anche della Cassazione a sezioni unite (Cass. n.23710 del 2012; Cass. S.U. n.7028 del 2006).
– Riguardo la c.d. scientia fraudis, oltre a non essere richiesta per il debitore, anche con riferimento al terzo ci sono differenze rilevanti rispetto alla revocatoria ordinaria: per alcuni atti infatti lo stato del terzo non rileva (si vedano gli artt. 64 e 65 l.f.); per altri atti la scientia fraudis è presunta (Cass. n.17286 del 2014) e con riferimento agli ulteriori atti si ritorna alla regola per cui è il curatore a doverla provare (art.67 comma 2 l.f.).
Per un’indicazione più puntuale del regime dei diversi atti si rimanda alla legge fallimentare agli artt.65 e seguenti, sottolineando in particolare il trattamento accordato dalla legge agli atti tra coniugi, per i quali vige una presunzione di conoscenza dello stato di insolvenza dell’imprenditore anche oltre i termini per il c.d. periodo sospetto indicati agli articoli 64 e seguenti l.f..
La legge poi, all’art.67 terzo comma l.f., individua una serie di atti necessari alla continuazione dell’impresa che vengono sottratti alla revocatoria in quanto si è voluto evitare che la paura di una successiva revocatoria pregiudicasse la continuità di impresa.
Ad ogni modo, anche per gli atti potenzialmente soggetti a revocatoria, il legislatore ha previsto un termine di decadenza all’art.69-bis l.f., per cui l’azione non può essere promossa dal curatore decorsi tre anni dalla dichiarazione di fallimento e comunque decorsi cinque anni dal compimento dell’atto.
Con riferimento agli effetti della pronuncia sulla revocatoria, la giurisprudenza sembra ora orientata a ritenere che a seguito dell’accoglimento della richiesta di revocatoria vi sia un effetto restitutorio, con obbligo del terzo di restituire (al fallimento) quanto ricevuto dal debitore fallito (Cass. n.15123 del 2014).

Le società commerciali ed il fallimento

Oltre all’imprenditore individuale, anche le società commerciali possono fallire.
In caso di società bisogna tener presente che nel caso di soci a responsabilità limitata (soci di srl, azionisti o soci accomandanti), il fallimento della società non determina il fallimento anche dei soci.
Questo a differenza dei soci illimitatamente responsabili (soci di snc, soci accomandatari), rispetto ai quali l’art.147 l.f. prevede che il fallimento della società produce anche il fallimento dei soci, pur se non persone fisiche.
Naturalmente una società può vivere vicende dinamiche comportanti sia mutamenti nella compagine sociale che nella forma stessa della società. Riguardo la prima ipotesi l’art.147 comma 2 l.f. prevede per il caso di socio uscente illimitatamente responsabile che il fallimento non può essere dichiarato decorso un anno dallo scioglimento del rapporto sociale o dalla cessazione della responsabilità illimitata anche in caso di trasformazione, fusione o scissione, se sono state osservate le formalità per rendere noti ai terzi i fatti indicati. Peraltro per potersi avere il fallimento del socio l’insolvenza della società deve attenere, in tutto o in parte, a debiti esistenti alla data della cessazione della responsabilità illimitata. Importante è inoltre la previsione di cui all’art.147 comma 4 l.f. in merito alla possibilità di un socio occulto o di un società occulta, in quanto è stabilito che, se dopo la dichiarazione di fallimento della società risulta l’esistenza di altri soci illimitatamente responsabili, il tribunale, su istanza del curatore, di un creditore, di un socio fallito, dichiara il fallimento dei medesimi. Si procede allo stesso modo qualora, dopo la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale, risulti che l’impresa è riferibile ad una società di cui il fallito è socio illimitatamente responsabile.
Ancora, con riferimento alle possibili vicende societarie, il fatto che la società si trovi in stato di liquidazione non esclude la società stessa dal rischio di fallimento in quanto la società in liquidazione ancora esiste, e la legge fallimentare pone gli stessi obblighi che gravano sull’imprenditore fallito anche sugli amministratori e sui liquidatori della società fallita (si veda art.146 l.f.).

Chiusura del fallimento

Il fallimento si chiude con decreto motivato del tribunale e ciò si verifica nelle diverse ipotesi in cui non risultano domande di ammissione al passivo, sono stati pagati tutti i debiti, quando l’eventuale attivo è stato ripartito oppure quando i beni del fallimento non sono sufficienti a soddisfare i crediti. (Per la possibilità di chiusura del fallimento per concordato si veda approfondimento 4).
Il fallito, a seguito della chiusura del fallimento, riacquista il potere di amministrazione e gestione del proprio patrimonio, e cessano quelle limitazioni di carattere personale indicate agli art.48 e art.49 l.f..
Per la previsione dell’ulteriore eventuale beneficio dell’esdebitazione a favore del debitore si rinvia alla relativa scheda.

SENTENZE MANCANTI (Massime e fonti)

  • civ. Sez. I, 22-07-2005, n. 15493

E’ acquisibile alla massa attiva del fallimento – non rientrando fra i beni e diritti di natura strettamente personale, di cui all’art. 46, n. 1, della legge fall. – l’indennità assicurativa corrisposta al fallito in relazione ad un infortunio lesivo dell’integrità personale, intesa a ristorare (nella specie, alla luce delle previsioni contrattuali e dei criteri di liquidazione concretamente adottati dalla commissione arbitrale), non il danno biologico o il danno morale, ma il solo danno patrimoniale in senso stretto, conseguente alle lesioni subite in termini di perdita e di mancato guadagno.

FONTI
Mass.Giur.It.,2005
CEDCassazione,2005
Fallimento, 2006, 3, 351

 

  • civ. Sez. I, 10-06-1998, n. 5738

Qualora il fallito, dopo la data dell’apertura della procedura concorsuale, intraprenda una nuova attività d’impresa, o – nonostante la mancanza di autorizzazione – prosegua quella già svolta, la curatela fallimentare, ha facoltà, ai sensi dell’art. 42, comma 2, l. fall., di appropriarsi dei risultati positivi della suddetta attività, al netto delle spese incontrate per la loro realizzazione, non potendo essere acquisiti anche i ricavi che sono stati reinvestiti nell’esercizio dell’impresa.

FONTI
Fallimento, 1999, 7, 771 nota di FIGONE

  • Campobasso G.F., Diritto Commerciale, Torino, 2011.
  • Censoni P.F., Effetti sui rapporti giuridici preesistenti, in Le riforme della legge fallimentare, a cura di A. Didone, Milano, 2009.
  • De Vita F., Il regime dei provvedimenti sulla risoluzione (e sull’annullamento) del concordato preventivo (e fallimentare), in Fallimento, 2016, 8-9, 937.
  • Forgillo E., Chiusura e riapertura del Fallimento, in Fallimento e altre procedure concorsuali, a cura di G. Fauceglia – L. Panzani, Milano, 2009.
  • Guerrera F., Il concordato fallimentare nella riforma, novità, problemi, prospettive anche alla base decreto correttivo, in Dir. fall., 2007, I, 816 ss..
  • Guglielmucci L., Diritto fallimentare, Torino, 2013.
  • La Malfa A., Art. 125, in Il nuovo diritto fallimentare, Torino, 2010.
  • Pajardi P. – Paluchowski A., Manuale di diritto fallimentare, Milano, 2008.
  • Rosapepe R., Effetti nei confronti del fallito, Effetti nei confronti dei creditori, in Trattato di diritto fallimentare, diretto da V. Buonocore – A. Bassi, Torino, 2010.

Approfondimento 1

Lo Stato di insolvenza, presupposto per la dichiarazione di fallimento, è definito all’art.5 comma 2 l.f. come quella situazione in cui “il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni”. Tale stato, secondo la giurisprudenza, deve sussistere non al momento del ricorso ma a quello della pronuncia della sentenza di fallimento (Cass. n.19790 del 2015). La giurisprudenza ha peraltro precisato che “la molteplicità di posizioni creditorie non è subrequisito dello stato di insolvenza, essendo sufficiente, per la dichiarazione di fallimento, anche un solo debito cui l’imprenditore non sia in grado di far fronte con mezzi normali di pagamento” (Cass. n.3111 del 2015).
Con riferimento al “non essere più in grado di soddisfare” le proprie obbligazione, la giurisprudenza è ormai ferma nel considerare che ”lo stato d’insolvenza dell’imprenditore, rilevante agli effetti dell’art.5 l.f., si realizza con uno stato di impotenza funzionale non transitoria a soddisfare le obbligazioni inerenti all’impresa e si manifesta, secondo una tipicità desumibile dai dati dell’esperienza economica, nell’incapacità di produrre beni con margine di redditività da destinare alla copertura delle esigenze di impresa (prima fra tutte l’estinzione dei debiti), nonché nell’impossibilità di ricorrere al credito a condizioni normali, senza rovinose decurtazioni del patrimonio”(Cass. n.4530 del 2016).
Data la rilevanza attribuita a tali elementi descriventi lo stato di insolvenza, la giurisprudenza ha statuito che l’insolvenza non s’identifica in modo necessario ed automatico con il mero dato contabile fornito dal raffronto tra l’attivo ed il passivo patrimoniale dell’impresa e neanche nel fatto che esistano conclamati inadempimenti esteriormente apprezzabili (Cass. n.18192 del 2015).

Approfondimento 2

La legge fallimentare ha espressamente escluso dal fallimento una serie di beni e diritti (si veda art.46 l.f.).
Sono in particolare esclusi ai sensi della legge fallimentare:
1) I beni ed i diritti di natura strettamente personale. Tradizionalmente vengono inclusi in tale categoria:
– l’esercizio delle azioni relative al diritto di famiglia, agli status personali e a tutela del nome, dell’immagine, dell’onore, della reputazione;
– il diritto al risarcimento dei danni alla persona se si verte in tema di danno biologico e morale, dove in caso di danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa il risarcimento rientra parzialmente nel fallimento ai sensi dell’art.46 n.2 l.f. (Cass. n.15493 del 2005);
– le opere frutto dell’ingegno (ad esclusione del proventi derivati dalle stesse);
– il diritto di accettare o rifiutare una donazione e il diritto di revocarla (i proventi entrano però nel fallimento in caso di esercizio dell’accettazione o revoca);
– il contratto di fornitura della luce, del gas e dell’acqua nonché di fruizione di una linea telefonica.
2) Gli assegni aventi carattere alimentare, gli stipendi, pensioni, salari e ciò che il fallito guadagna con la sua attività entro i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia. L’art.46 l.f. specifica poi ulteriormente che tali limiti sono fissati con decreto motivato del giudice delegato che deve tener conto della condizione personale del fallito e di quella della sua famiglia (sulla natura dichiarativa del decreto si veda Cass. n.6999 del 2015). Si può ritenere che ai sensi di tale previsione sia consentito al fallito di esercitare una nuova impresa, in quanto egli non perde la capacità di agire, e la giurisprudenza ha inoltre in passato stabilito che qualora il fallito, dopo la data dell’apertura della procedura concorsuale, intraprenda una nuova attività d’impresa, o – nonostante la mancanza di autorizzazione – prosegua quella già svolta, la curatela fallimentare, ha facoltà, ai sensi dell’art.42, comma 2, l.f., di appropriarsi dei risultati positivi della suddetta attività, al netto delle spese incontrate per la loro realizzazione, non potendo essere acquisiti anche i ricavi che sono stati reinvestiti nell’esercizio dell’impresa (Cass. n.5738 del 1998).
3) I frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi, salvo quanto è disposto dall’art.170 c.c..
4) le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge: tale norma si riferisce in particolare ai beni assolutamente impignorabili ai sensi dell’art.514 c.p.c..

Approfondimento 3

Merita attenzione la previsione del legislatore di inserire, nell’ambito della legge fallimentare, alcune ipotesi di reato, che trovano tutte origine nella vicenda concorsuale (si veda il Titolo VI, “Disposizioni penali”, Capo I “Reati commessi dal fallito”, artt.216 e seguenti l.f.).
Assumono particolare importanza le fattispecie di bancarotta descritte agli artt.216 e 217 l.f., i quali sostanziano le fattispecie della bancarotta semplice e della bancarotta fraudolenta.
Così, ai sensi dell’art.216 (“Bancarotta fraudolenta”): “È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:
1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;
2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.
La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.
È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.
Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa”.
L’ulteriore ricorrente ipotesi di bancarotta è quella descritta dall’art.217 f.l. (“Bancarotta semplice”), secondo cui: “È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell’articolo precedente:
1) ha fatto spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alla sua condizione economica;
2) ha consumato una notevole parte del suo patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti;
3) ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;
4) ha aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;
5) non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare.
La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta.
Salve le altre pene accessorie di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a due anni”.

Approfondimento 4

Uno delle possibile modalità di chiusura della procedura fallimentare può verificarsi a seguito del concordato fallimentare.
Ai sensi dell’art.124 l.f., la proposta di concordato può essere presentata con ricorso, diretto al giudice delegato, da parte sia di uno o più creditori o un terzo sia dallo stesso fallito, da società cui egli partecipi o da società sottoposte a comune controllo. La giurisprudenza ha invece escluso la legittimazione attiva in capo al curatore (si veda Cass. n.3274 del 2011).
Il ricorso deve essere presentato nel rispetto di alcuni termini. In particolare, secondo l’art.124 comma 1 l.f., il fallito, la società cui egli partecipi o le società sottoposte a comune controllo non possono presentare domanda se non dopo il decorso di un anno dalla dichiarazione di fallimento e purché non siano decorsi due anni dal decreto che rende esecutivo lo stato passivo.
Diversa la situazione per i creditori ed i terzi, i quali possono presentare la proposta anche prima che si sia conclusa la fase sommaria dell’accertamento del passivo, a condizione che “i dati contabili e le altre notizie disponibili consentano al curatore di predisporre un elenco provvisorio dei creditori del fallito da sottoporre all’approvazione del giudice delegato”.
Il ricorso deve contenere la proposta ed i termini della stessa, con l’indicazione delle risorse disponibili, suddivise per provenienza e per masse, delle modalità di adempimento delle obbligazioni, dell’eventuale previsione delle classi, delle ragioni della loro articolazione, dei vincoli previsti e della clausole accessorie.
In particolare dalla proposta deve delinearsi ogni elemento che consenta di valutare la realizzazione della proposta dal punto di vista giuridico, economico e fattuale.
Con specifico riferimento al contenuto della proposta, questo è lasciato all’autonomia delle parti, analogamente a quanto è previsto per la procedura di concordato preventivo. Si deve tuttavia sottolineare che nell’ambito del concordato il tradizionale principio della par condicio creditorum, per cui classi giuridiche omogenee di creditori devono essere trattate allo stesso modo, viene in qualche modo modificato, con previsione anche della definizione di classi omogenee di creditori anche sulla base della omogeneità degli interessi economici.
La proposta di concordato, una volta ottenuto il parere favorevole del curatore, del comitato dei creditori ai sensi dell’art.125 commi 1, 2 e 3 l.f., è sottoposto all’approvazione dei creditori.
Ai fini dell’approvazione della proposta di concordato, l’art.128 l.f. richiede che il concordato sia approvato dai creditori che rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi al voto, tenuto presente che i creditori che non fanno pervenire il loro dissenso nel termine fissato dal giudice delegato si ritengono consenzienti.
La proposta di concordato è poi sottoposta ad omologazione da parte del tribunale, secondo il procedimento di cui all’art.129 l.f.. In seguito, una volta che il decreto di omologa diviene definitivo, la proposta acquista efficacia e diventa obbligatoria per tutti i creditori anteriori all’apertura del fallimento.
Il concordato è tuttavia soggetto alle previsioni di cui agli artt.137 e 138 l.f., che prevedono specifiche ipotesi sia di risoluzione che di annullamento del concordato (con la conseguenza della riapertura di fallimento).

PAGINA A CURA DI
Avv. Davide Bertolini
dav.bertolini@gmail.com