Macaia. Così è chiamato nel dialetto ligure quel fenomeno climatico tipico delle giornate umide ed appiccicose, quando soffia vento di scirocco e le nuvole filtrano la luce del sole trasformando l’asfalto in ruggine. Mare, monti e strade assumono le medesime sembianze e l’orizzonte pare restringersi.

Cammino verso la Comunità, è mercoledì, all’ora di pranzo. Due ore più tardi l’avvocato di turno riceverà il primo assistito allo sportello.

Per la strada incontro il volto distratto di qualche passante che, in questa zona della città, sembra camminare con maggiore lentezza, quasi che i passi sprofondino nel marciapiede di cemento.
Suono al citofono e attendo.
Dopo pochi secondi una voce elettrica e ruvida mi intima un riconoscimento:
“Chi sei?”, chiede.
“Giulio di Avvocato di strada”, rispondo io.

Il portone si apre ed io salgo per le scale, diretto alla nostra stanza.
La collega mi accoglie con un sorriso, mentre è intenta a rispondere alle solite mail.

Sappiamo entrambi che la giornata non sarà facile; ci aspetta la storia triste di un uomo appena uscito dal carcere, dopo 10 anni di reclusione; una vita spezzata, un reato commesso fra i più infamanti, una casa popolare appena revocata.

È la prima volta che accogliamo qualcuno di cui conosciamo, anche se in minima parte, il passato.
Ci sentiamo impreparati e, così, parliamo di quello che ci aspetta, facendo schizzare il tempo dalle lancette, come il turbinio di foglie che corre nel vicolo su cui si affaccia la nostra finestra.

Quando la persona che ha davanti ha compiuto un reato grave è facile sentirsi toccati inconsciamente dalla vicenda, tentare di interpretare le ragioni, dare un nostro personale giudizio riguardo agli eventi. È inevitabile.

Sono già le 15 e il “diavolo” varca la nostra soglia.

Si guarda attorno, la stanza è piccola e calda. Indugia, si ritrae, non vuole sedersi.

È un uomo comune, di mezz’età e bassa statura, uno di quelli che se incontrassi per strada non ti fermeresti ad osservarlo.

Al di sotto del ciuffo di capelli, gli occhi si muovono circospetti come quelli di un animale appena rinchiuso in gabbia.

Passa qualche secondo di indecisione, poi l’uomo si siede, puntando i piedi e iniziando a mulinare le mani in aria, con gli occhi mai fermi ad osservare un unico punto.

Ci parla a ruota libera per 45 minuti – le interruzioni sono rese praticamente impossibili a causa della foga – e, ad ogni singolo minuto, ho la sensazione che non veda l’ora di precipitarsi fuori dalla porta.

Ricordo questa frase:
“Sono disperato, avvocato”.

Ricordo anche di aver aperto la finestra subito per far entrare un po’ di aria.

Un paio d’ore dopo il colloquio sono tornato a casa. Piovigginava e le luci artificiali facevano brillare la rugiada sui parabrezza delle auto in coda.

Mentre camminavo, pensavo a quell’uomo, a quegli anni di carcere, a quella vita devastata.
Tutti i familiari gli avevano voltato le spalle, ogni legame con la società era stato reciso. Trattato con disprezzo dagli impiegati del Comune, dai preti, tutti scomparsi mentre era in carcere.

Nel mio immaginario, subito dopo aver scontato la pena, un uomo dovrebbe poter raggiungere il purgatorio, che magari non sarà certo manifestazione di grazia e pietà, ma quantomeno è una risalita.

Invece, questo è un inferno. Il peggiore.

Ricordo di aver pensato che una società che mette ai margini non è una società.

Ricordo di essermi detto: questi non sono nemmeno uomini ai margini, questi sono fantasmi.

Ora questo “diavolo” dev’essere difeso. Tocca a lui, tocca a lui e tocca a noi. Perché questo diavolo nascosto nella macaia del mattino, che percorre una città intera per non perdere l’unica cosa che gli sia rimasta (la casa), è un uomo.

Perché questo “diavolo” che si ritrae, che vuol fuggire via, è un uomo e lo sarà per sempre.

Giulio Montalcini

Volontario Servizio Civile Nazionale - sede di Genova, Avvocato di strada Onlus

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