diritto alla residenza anagrafica

  1. IntroduzioneL’articolo 43 del Codice Civile dispone che: “Il domicilio di una persona è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”

La residenza, insieme a domicilio e dimora, è uno dei criteri di collegamento tra persone e luoghi, espressamente previsti dal Legislatore.

L’istituto della residenza ha, nel tempo, assunto un ruolo molto significativo venendo a rappresentare il legame non solo giuridico, ma anche politico e sociale, tra il singolo e la comunità territoriale alla quale egli appartiene.
Nel nostro ordinamento, la residenza assume rilevanza per diverse ragioni, tra le quali:
• una ragione amministrativa in quanto permette di localizzare un soggetto all’interno di un determinato territorio comunale, creando un collegamento tra il soggetto e le istituzioni sia locali che statali, molto importante anche in un’ottica di pubblica sicurezza e controllo del territorio.
• una ragione costituzionale poiché alla residenza è ricollegata la possibilità di esercitare concretamente molti diritti fondamentali riconosciuti e garantiti a tutti i cittadini dalla Carta Costituzionale. Ad esempio, si vedano:
o art. 4 Cost., c.1, “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”: senza la residenza non ci si può iscrivere al Centro per l’impiego e non si può aprire una partita IVA.
o art. 24 Cost., c. 1, 2 e 3, “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.”: senza residenza non si ha accesso al gratuito patrocinio.
o art. 32 Cost., c. 1, “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”: senza la residenza non si può accedere al Servizio Sanitario Nazionale, non si può eleggere un medico di base e non si può usufruire delle esenzioni previste.
o Art. 38 Cost. c. 1, “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.”: senza residenza non si ha accesso ai servizi di welfare locale, non si può percepire una pensione sociale o d’invalidità.
o art 48 Cost., c. 2, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.”: senza residenza non si appartiene a nessuna circoscrizione elettorale, quindi non si può votare.

È il codice civile stesso a dare una definizione, seppur sintetica, di residenza descrivendola come il “luogo in cui la persona ha la dimora abituale”. Tutte le persone collegate in maniera stabile ad un determinato territorio, sia come singoli che come componenti di una famiglia o di una convivenza, hanno diritto ad essere iscritte all’ Ufficio Anagrafico di un determinato comune. La residenza anagrafica è, dunque, la regolare iscrizione presso l’Ufficio Anagrafico di un comune specifico, laddove l’anagrafe è il registro della popolazione residente in un determinato comune.

Secondo la Corte di Cassazione (Cass., sez. II, 14 marzo 1986, n.1738), la residenza è determinata dalla abituale e volontaria dimora del singolo consociato in un determinato luogo. Per l’individuazione di tale luogo di residenza debbono pertanto sussistere in capo al soggetto due elementi: uno oggettivo, ossia la sua permanenza fisica in un determinato luogo, ed uno soggettivo, ossia la volontarietà di tale permanenza, desumibile dal comportamento tenuto dal soggetto.

Il diritto alla residenza, ovvero il diritto ad essere iscritti alle liste anagrafiche tenute dai comuni, è un diritto soggettivo e non un interesse legittimo. In tal senso si sono espresse anche le Sezioni Unite della Corte di Cassazione: «… le controversie in materia di iscrizione e cancellazione nei registri anagrafici della popolazione coinvolgono situazioni di diritto soggettivo» (cfr. Cass. S.U. n. 499/2000).
Nel caso in cui sussistano entrambi gli elementi sopra richiamati, sia quello soggettivo sia quello oggettivo, sorge in capo al singolo un vero e proprio diritto soggettivo perfetto, nei confronti del quale la Pubblica Amministrazione ha solo un potere di accertamento e nessun margine di discrezionalità (Cass. Civ., Sent. n.108 del 1968).

Di conseguenza, L’Amministrazione e, nello specifico l’Ufficio Anagrafe, è tenuta a procedere all’iscrizione del soggetto richiedente nelle liste anagrafiche. Si veda Trib. di Milano, sent. n. 10257 del 2 giugno 2003: “Il Comune, quale ufficiale del Governo, è tenuto esclusivamente a dare applicazione alle norme regolanti la materia, sicché in capo al cittadino richiedente, qualora ricorrano tutti i presupposti, si configura un vero e proprio diritto soggettivo all’iscrizione. Il controllo della P.A. ha carattere meramente formale e il provvedimento di accoglimento ha natura dichiarativa e non costitutiva del suddetto diritto”.

La concreta attuazione del diritto soggettivo alla residenza è però demandato ad altre norme di rango ordinario. Nello specifico trattasi della L.1228/1954 (c.d. Legge Anagrafica) e del D.P.R. 223/1989 (c.d. Regolamento Anagrafico), recentemente integrato e modificato dal D.P.R. 126/2015.
In particolare, l’art.1 della L.1228/1954 prevede che: “In ogni Comune deve essere tenuta l’anagrafe della popolazione residente. Nell’anagrafe della popolazione residente sono registrate le posizioni relative alle singole persone, alle famiglie ed alle convivenze, che hanno fissato nel Comune la residenza, nonché le posizioni relative alle persone senza fissa dimora che hanno stabilito nel Comune il proprio domicilio, in conformità del regolamento per l’esecuzione della presente legge”.

2. Adempimenti anagrafici

Di fatto, per poter risultare residenti in un determinato comune, è necessario che l’interessato presenti domanda, per sé e per tutte le persone sulle quali esercita la potestà o la tutela, all’Ufficio Anagrafe territorialmente competente entro il termine di 20 giorni dalla data in cui si sono verificati i fatti – nascita, esistenza giudizialmente dichiarata, trasferimento di residenza da altro comune o dall’estero, iscrizioni per ricomparsa da irreperibilità, iscrizione di persona erroneamente non iscritta, o altri motivi.

In difetto, i procedimenti di iscrizione, cancellazione o variazione anagrafica possono essere avviati anche d’ufficio in virtù del potere/dovere che la legge anagrafica ed il relativo regolamento attribuiscono all’Ufficiale d’Anagrafe ogni qualvolta questi accerti che non sono state rese le dichiarazioni che comportano l’istituzione o la mutazione delle posizioni anagrafiche da parte dei soggetti interessati.

SEMPLIFICA ITALIA
Il 9 Maggio 2012 è entrato in vigore il Decreto legge 5/2012, recante “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo”, c.d. “Semplifica Italia”, convertito con modificazioni con la legge 35/2012.
Cosa cambia:
– Le iscrizioni e variazioni anagrafiche vanno registrate entro i 2 giorni successivi alla presentazione della domanda;
– gli effetti giuridici delle dichiarazioni fatte all’Anagrafe decorrono già a partire dalla data della presentazione della domanda;
– i controlli sulla sussistenza dei requisiti a cui è subordinata la registrazione delle dichiarazioni anagrafiche vanno effettuati nei successivi 45 giorni;
– le dichiarazioni anagrafiche possono essere rese dal cittadino anche a mezzo fax, posta raccomandata o posta elettronica (con firma digitale o posta elettronica certificata; in caso di posta elettronica semplice occorre allegare copia di un documento di identità del dichiarante);
– il Sindaco può delegare le funzioni di ufficiale di anagrafe a personale di ruolo dipendente del Comune.

Si prevede quindi il sostanziale ribaltamento della normale sequenza del procedimento amministrativo (istanza – istruttoria – provvedimento), anteponendo l’adozione del provvedimento alla fase istruttoria, che di fatto diviene un mero strumento di verifica successivo, atto a comprovare la veridicità delle dichiarazioni rese dalla persona interessata. Il sistema venutosi a delineare a seguito della riforma prevede, dunque, che i provvedimenti d’iscrizione e variazione anagrafica debbano essere adottati entro i 2 giorni lavorativi successivi al ricevimento dell’istanza e che, solo in un momento successivo, venga avviata la fase istruttoria (c.d. residenza in tempo reale).
Nei 45 giorni successivi l’Ufficiale d’Anagrafe provvederà a verificare l’effettiva sussistenza dei requisiti previsti; verifica che si sostanzierà nell’accertamento della presenza della persona nel luogo dichiarato.

Altro significativo aspetto conseguente all’introduzione dell’art.5 del D.L. n.5 del 2012, riguarda gli effetti giuridici delle variazioni anagrafiche.
Il cittadino infatti, non dovendo più attendere l’esito della fase istruttoria per disporre del provvedimento amministrativo di concessione della residenza, ha sin da subito “la possibilità di far valere a tutti gli effetti, in relazione a qualsiasi rapporto giuridico di natura pubblica o privata, la nuova condizione, personale o famigliare, risultante dai registri anagrafici”. Gli effetti giuridici delle iscrizioni e delle variazioni anagrafiche sono pertanto immediati.

D.P.R. 126/2015
Nella Gazzetta Ufficiale n. 188 del 14 agosto 2015, è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica n. 126 del 17 luglio 2015 rubricato: “Regolamento recante adeguamento del regolamento anagrafico della popolazione residente, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, alla disciplina istitutiva dell’anagrafe nazionale della popolazione residente”.

Il citato D.P.R. dà attuazione alla previsione del comma 5 dell’art. 2, del D.L. 179/2012, n. 179, che ha istituito, presso il Ministero dell’interno, l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR).
Le modificazioni introdotte mirano a rendere il regolamento anagrafico coerente con la nuova prospettiva dell’anagrafe nazionale unitaria, gestita con modalità informatiche e telematiche, volta al miglioramento dei servizi al cittadino e alla semplificazione dell’attività amministrativa.

In tale contesto, nell’ottica quindi del superamento della dimensione locale delle anagrafi, le principali novità possono essere così sintetizzate:

– il concetto di comune di iscrizione anagrafica, non più coerente con il nuovo sistema, è sostituito con quello di comune di residenza; inoltre, sono eliminati i riferimenti al comune di iscrizione AIRE;
– la fattispecie del trasferimento da altro comune o dall’estero del cittadino iscritto è stralciata dalle ipotesi di iscrizione e cancellazione e ricondotta ai casi di mutazione anagrafica; tra le cause di cancellazione è introdotto il trasferimento all’estero dello straniero, e ne sono escluse il trasferimento della residenza in altro comune, all’estero, e il trasferimento del domicilio della persona senza fissa dimora;
– è previsto che i certificati anagrafici siano rilasciati anche dagli ufficiali d’anagrafe di comuni diversi da quello in cui risiede la persona cui i certificati si riferiscono;
– è introdotta la disciplina dell’accesso dell’interessato ai propri dati, contenuti nell’ANPR, effettuabile presso gli uffici anagrafici di tutti i comuni;

Stante la gradualità del passaggio dalle anagrafi comunali all’anagrafe unitaria, il D.P.R. in esame stabilisce che il comune per il quale non si sia ancora verificato il subentro proceda a tutti gli adempimenti anagrafici con l’osservanza delle disposizioni regolamentari previgenti alla sua entrata in vigore e che le stesse continuino ad applicarsi anche agli adempimenti che interessino congiuntamente un comune transitato ed uno non transitato (art. 3).

Circolari ministeriali, Ministero dell’Interno n. 8/1995 e n. 2/1997

Codice Civile, art. 43.

D. L. 28 marzo 2014 n.47 convertito in L. 80 del 23.05.2014, art. 5

D. L. 9 febbraio 2012 n.5, convertito con modificazioni in L. 4 aprile 2012 n.35 – cd. Semplifica Italia

D. L. 20 febbraio 2017 n. 14, convertito in L. del 18 aprile 2017, n. 48

D. LGS 25 luglio 1998, n. 286 – Testo Unico immigrazione

D. P. R. 17/07/2015, n. 126

D.P.R. 30 maggio 1989, n.223 – cd. Regolamento Anagrafico

Direttiva 2004/38/CE

L. 24 dicembre 1954, n.1128 – cd. Legge Anagrafica

L. n. 94 del 2009 – cd. Pacchetto Sicurezza

Cass. Civ. n. 108 del 1968

Cass. Civ. n. 1081 del 1968

Cass. Civ. n. 1738 del 1986

Cass. Civ., Sez. Un., 20 luglio 1999, n.7750

Cassazione, Sez. Unite Civili, n. 449 del 19 giugno 2000

Consiglio di Stato, Sez. IV, n. 14 del 18 gennaio 1990

Parere del Consiglio di Stato, Sez. I, n. 5453/03 del 4 febbraio 2004

T.A.R. Lombardia, Sez. III, n. 5463 del 1° dicembre 2003

Tribunale di Bologna, Sez. I civ., g.u. Palombi, 21 giugno 2001, dep. il 26 giugno 2001

Tribunale di Milano, n. 10257 del 2 giugno 2003

DINELLI, La stagione della residenza: analisi di un istituto giuridico in espansione, in “Diritto Ammnistrativo”, 18, 2010

GARGIULO, Welfare locale o welfare localistico? La residenza anagrafica come strumento di accesso ai – o negoziazione dei – diritti sociali, in Innovare il welfare. Percorsi di trasformazione in Italia e in Europa, Espanet Conference, Milano, 2011

ISTAT, Anagrafe della popolazione: legge e regolamento anagrafico. Avvertenze, note illustrative e normative AIRE, in Metodi e norme, serie B, n. 29, 1992

LUCARELLI, Sulla iscrizione anagrafica delle persone senza fissa dimora, in Lo stato civile italiano, Ottobre 1995

MASOTTI, Iscrizioni, cancellazioni e variazioni anagrafiche, in Modulo Enti Locali 2014 – Servizi demografici, IPSOA – Wolters Kluwer Italia srl

MINARDI, Residenza fittizia: un diritto per le persone senza fissa dimora e per i senzatetto, in Notiziario ANUSCA, 3, 2005

MINARDI, Senza fissa dimora, senza tetto, senza diritti, in I Servizi demografici, Maggioli Editore, 4/2005

MINARDI, Le modifiche alla normativa anagrafica introdotte dal “Decreto sicurezza”: l’iscrizione delle persone senza fissa dimora, 2009

MOROZZO DELLA ROCCA, Il Diritto alla Residenza è di tutti, Sguardi.info

MOROZZO DELLA ROCCA, Il diritto alla residenza: un confronto tra principi generali, categorie civilistiche e procedure anagrafiche, in Il diritto di famiglia e delle persone, 2003/2004

MOROZZO DELLA ROCCA, Le nuove regole sull’iscrizione anagrafica dei senza fissa dimora, in Lo stato civile italiano, Sepel, novembre 2009

REGIONE EMILIA-ROMAGNA – RETE REGIONALE CONTRO LE DISCRIMINAZIONI, Iscrizione anagrafica e diritto di residenza per cittadini Ue e non comunitari, in Quaderni contro le discriminazioni, a cura di Raniero Camerotti, Caterina Burgisano, Viviana Bussadori e Miles Gualdi, 2012.

RICHTER, Persone “senza fissa dimora” e nuove regole in materia di cambio di residenza in tempo reale, www.diritto.it

APPROFONDIMENTO 1: L’iscrizione anagrafica delle persone senza dimora

Prima di addentrarsi nell’analisi delle problematiche afferenti l’iscrizione anagrafica dei soggetti comunemente chiamati “senza dimora”, appare necessario fornire alcune definizioni.

Ai fini anagrafici, è senza fissa dimora chi non dimori abitualmente e prevalentemente in nessun Comune, per qualsiasi ragione tenuto a spostarsi in maniera continua sul territorio nazionale.
È invece senza tetto o senza dimora, chi, essendo privo di una propria abitazione, si sposta con frequenza all’interno del territorio di un determinato comune.
Poiché in tali situazioni la persona dimora abitualmente e prevalentemente nello stesso comune, la stessa dovrà essere iscritta nell’anagrafe della popolazione residente. Non disporre di un’abitazione, ai fini anagrafici, è irrilevante. Secondo la Circolare ISTAT n. 29/1992: “Ai fini anagrafici non deve essere considerato senza fissa dimora colui che per ragioni professionali o per mancanza di alloggio stabile si sposti frequentemente nell’ambito del Comune: in una simile circostanza l’unico problema è quello di stabilire un indirizzo da riportare negli atti anagrafici, problema che può essere facilmente risolto interpellando lo stesso interessato”.

LEGGE ANAGRAFICA
L’art.1, della legge 1128/1954 (c.d. Legge Anagrafica) prevede che: “Nell’anagrafe della popolazione residente sono registrate […] le posizioni relative alle persone senza fissa dimora che hanno stabilito nel Comune il proprio domicilio, in conformità del regolamento per l’esecuzione della presente legge.”
Dunque, la persona che non ha dimora si considera residente nel Comune ove ha il domicilio; si pone dunque in essere una fictio iuris, poiché si considera residente in un luogo il soggetto prescindendo dall’abitualità della sua presenza, privilegiando l’elemento volitivo a quello di fatto.

Per “domicilio” si intendo il luogo che la persona identifica come il centro dei suoi interessi, non solo materiali e patrimoniali, ma anche morali e affettivi.
Nel caso di persone “senza tetto”, il luogo del domicilio potrebbe coincidere con luoghi che coinvolgono la sfera giuridica di altri soggetti (ad esempio, portico del palazzo sotto il quale la persona passa abitualmente la notte, bar presso il quale consuma i pasti, eccetera), qualora ci sia, però, il consenso alla domiciliazione da parte di tutte le persone interessate.
Se si tratta di persone assistite da enti assistenziali pubblici o privati (ad esempio, i servizi sociali del Comune, Comunità religiose, eccetera) il domicilio di queste persone potrebbe coincidere con la sede della struttura assistenziale di riferimento.

Se la persona senza dimora non ha un recapito o un vero e proprio domicilio (sede principale dei propri affari) nel Comune, ma elegge domicilio al solo fine di chiedere ed ottenere l’iscrizione anagrafica, come suo diritto, l’anagrafe istituisce una via fittizia, territorialmente non esistente ma equivalente in valore giuridico.
In tale via verranno iscritti con numero progressivo dispari sia i senza tetto, sia i senza fissa dimora. Per l’iscrizione in una via fittizia si vedano anche le avvertenze ISTAT N.29/1992.

Ad esempio: – Bologna: Via Mariano Tuccella
– Firenze: Via Libero Lastrucci
– Roma: Via Modesta Valenti
L’istituzione di una via fittizia nel territorio di un Comune permette alle persone senza dimora ivi presenti di eleggere un domicilio, richiedere la residenza in quel determinato Comune ed avere così accesso ai diritti ad esse spettanti, senza discriminazione.

PACCHETTO SICUREZZA
Nel 2009 è entrata in vigore la legge 94 (L. 94/2009 – “Pacchetto Sicurezza”), con la quale si prevede che “la persona che non ha fissa dimora si considera residente nel comune dove ha stabilito il proprio domicilio. La persona stessa, al momento della richiesta di iscrizione, è tenuta a fornire all’ufficio di anagrafe gli elementi necessari allo svolgimento degli accertamenti atti a stabilire l’effettiva sussistenza del domicilio. In mancanza del domicilio, si considera residente nel comune di nascita”.

I principi e l’impostazione della legge anagrafica restano uguali. Con il Pacchetto Sicurezza cambia, però, la modalità di iscrizione, in quanto non è più sufficiente la mera dichiarazione anagrafica: le persone senza fissa dimora dovranno indicare gli elementi necessari ad accertare l’effettiva sussistenza del domicilio. Non ci sono, tuttavia, indicazioni univoche su quali siano questi elementi, pertanto le prassi delle amministrazioni locali divergono.
Le persone senza dimora e senza assistenza, non in grado di individuare gli elementi per l’effettiva sussistenza del domicilio saranno iscritte presso il comune di nascita e, in caso di persona nata all’estero, l’iscrizione avviene nel comune di nascita del padre o della madre.
Il procedimento di iscrizione anagrafica “in tempo reale” entro i 2 giorni lavorativi successivi alla presentazione della richiesta è applicato anche alle iscrizioni anagrafiche delle persone “senza fissa dimora”, a coloro cioè che affermano di aver eletto domicilio nel territorio del Comune, riservandosi alla successiva attività istruttoria la dimostrazione dei requisiti atti a dimostrare l’effettiva elezione del domicilio nel Comune.

APPROFONDIMENTO 2: L’iscrizione anagrafica negli immobili occupati

Il 28 marzo 2014 viene emanato il Decreto Legge n. 47, poi convertito dalla L. 23 maggio 2014, n. 80. Si tratta del c.d. “Decreto Lupi”, o “Piano casa”.
All’art. 5 (Lotta all’occupazione abusiva di immobili) si stabilisce che: «Chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge».
La disposizione riguarda le migliaia di famiglie che sono costrette ad occupare un immobile solo perché altrimenti finirebbero in strada. Queste famiglie possono certamente essere sfrattate, ma la decisione di negare loro la residenza per decreto significa metterle ancora più in difficoltà impedendo loro l’esercizio di diritti fondamentali.
L’art. 5 del Decreto sembrerebbe in contrasto con norme di rango costituzionale perché, rendendo difficile l’iscrizione nelle anagrafi, impedisce di fatto l’esercizio di molti diritti costituzionalmente protetti. Per questo, prima e dopo l’approvazione del decreto, da numerose parti sono giunte al Governo richieste di modifica dell’articolo 5: un piano che intende “far fronte al disagio abitativo che interessa sempre più famiglie impoverite dalla crisi” non può avere tra i propri effetti collaterali quello di negare diritti fondamentali alle stesse famiglie.
L’articolo 5, inoltre, contiene un altro paradosso: la legge italiana stabilisce che la residenza anagrafica deve essere riconosciuta a tutte le persone che vivono in un dato luogo. Si tratta certamente di un modo per garantire loro alcuni diritti fondamentali, ma si tratta anche di un tema di ordine pubblico. Le istituzioni devono sapere quante persone vivono in una città, come si chiamano, come sono formati i loro nuclei familiari. I sindaci in qualità di Ufficiali di Governo sono tenuti a far rispettare il diritto alla residenza, e possono essere sanzionati se vengono meno a questo dovere.
Nel febbraio 2015 è intervenuta una Risoluzione del Ministero dell’Interno (N° 633 del 24 febbraio 2015) che produce ulteriore confusione.
La Circolare, inviata a tutti i Prefetti italiani, sottolinea che dal momento che la legge anagrafica stabilisce che ogni cittadino che vive in un comune ha diritto di prendervi la residenza, se vive in una casa occupata non potrà ottenere la residenza in quel luogo ma dovrà comunque essere iscritto nell’anagrafe del comune «per domicilio», analogamente a quanto succede alle persone senza dimora.
I Sindaci iscrivono oggi le persone che occupano immobili nelle «vie fittizie» utilizzate per le persone senza dimora, in contrasto con la situazione di fatto e con la ratio della legge. Il risultato è che chi occupa un immobile è oggi invisibile anche per lo Stato.
Infine, l’art. 11 co. 3-bis D.L. 14/2017 ha introdotto una deroga a quanto stabilito dall’art. 5 del Decreto Lupi secondo la quale: “Il sindaco, in presenza di persone minorenni o meritevoli di tutela, può dare disposizioni in deroga a quanto previsto ai commi 1 e 1-bis, a tutela delle condizioni igienico-sanitarie”. Il sindaco può perciò derogare al divieto di chiedere la residenza e l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile occupato, se sussistano particolari condizioni. Questa norma apre alla possibilità di fissare la residenza nell’abitazione occupata, ma rimane assolutamente discrezionale la valutazione sulla “meritevolezza di tutela” che il sindaco fa della situazione concreta.

APPROFONDIMENTO 3: L’iscrizione anagrafica delle persone straniere

Nel caso dei cittadini extracomunitari regolarmente soggiornanti, l’iscrizione nei registri anagrafici è, secondo la normativa italiana, un diritto soggettivo incondizionato, così come lo è per i cittadini italiani.
Art. 6, c. 7, d.lgs. 286/1998: “Le iscrizioni e variazioni anagrafiche dello straniero regolarmente soggiornante sono effettuate alle medesime condizioni dei cittadini italiani con le modalità previste dal regolamento di attuazione”.

Per i cittadini stranieri, sia extracomunitari sia comunitari è dunque richiesta la regolarità del soggiorno, la quale si declina diversamente a seconda che il soggetto sia cittadino extra UE o cittadino comunitario.

¬ Per il cittadino extra UE, l’accesso alla residenza avviene sulla base del passaporto e del permesso di soggiorno (vale anche la ricevuta di rinnovo e di primo rilascio). Richiedenti o titolari protezione internazionale (Circ. Min. Interno 2006): i richiedenti asilo, i titolari di protezione umanitaria e sussidiaria sono in una condizione tale da determinare la prevedibile irreperibilità del passaporto; pertanto, in tali casi, l’Ufficio Anagrafe può iscrivere tali persone sulla base del solo titolo rilasciato dalla Questura.
¬ Per i cittadini UE non è necessario essere in possesso di un titolo di soggiorno per rimanere sul territorio, tuttavia per poter fissare la residenza in un comune italiano sono necessari:
– Un titolo di lavoro o studio, nonché un’assicurazione sanitaria
– risorse economiche sufficienti a non diventare un onere per lo Stato italiano
La direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione e soggiorno stabilisce infatti che: “Occorre tuttavia evitare che coloro che esercitano il loro diritto di soggiorno diventino un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il periodo iniziale di soggiorno. Pertanto, il diritto di soggiorno dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari per un periodo superiore a tre mesi dovrebbe essere subordinato a condizioni.

Pagina a cura di
Irene Pastore, Elisabetta Sardelli, Marta Zanon

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